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Percorriamo la via di una «carità che non abbia finzioni»

di Stefano Liccioli · «Vi regalo questo monopattino perché per me è troppo piccolo». Il giorno di Natale noto questo biglietto su un monopattino (più o meno nuovo) lasciato davanti ai locali di un parrocchia dove, di solito, si consegnano pacchi alimentari alle persone bisognose.

Il messaggio di questo anonimo “benefattore” mi fa pensare non tanto che fosse un dono di Babbo Natale (che, per quanto si sappia, possiede slitta e renne e non monopattini), ma sul nostro modo di concepire la carità.

Quante volte, infatti, il nostro dare agli altri, soprattutto alle persone povere, è un modo per liberarsi del superfluo, di ciò che non usiamo più ed ingombra ormai i nostri armadi e le nostre cantine?

Quante volte la nostra generosità è condizionata da secondi fini (niente di illecito o di illegale, ci mancherebbe), ma difetta di quella gratuità che invece farebbe risplendere il nostro donare?

Quante volte siamo disposti a rinunciare veramente a qualcosa a cui teniamo per fare felici gli altri?

Nihil novi sub sole. Già Gesù, elogiando la generosità di una povera vedova, ci avevo messo in guardia dai rischi dell’ipocrisia religiosa e di una finta carità:«In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere» (Lc 21,3-4).

Per un cristiano il modello della perfetta carità, per dirla con le parole di San Francesco, è l’agàpe, l’amore incondizionato che Cristo ha testimoniato sulla croce. Lo so, è un esempio alto, forse irraggiungibile nella vita terrena, ma sono solo gli obiettivi alti che ci spingono a diventare migliori, già ora. Solo grazie all’impegnativa scuola di Gesù, possiamo imparare cosa significhi donare senza pretendere nulla in cambio, cosa intenda Paolo quando raccomanda:«La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità» (Rm 12,9-13).

Se è vero, come recita una certa vulgata, che a Natale siamo tutti più buoni, cerchiamo di non sentirsi solo buoni, ma di esserlo veramente e soprattutto di fare il bene (e non solo a Natale), quello che costa sacrificio. È solo attraverso il sacrificio che si “fanno sacre” (come indica l’etimologia della parola) le cose che facciamo: è la fatica dell’amore. A tal proposito ho trovato significativa questa riflessione di Enzo Bianchi:«Fare doni è un movimento asimmetrico, unilaterale, che nasce da libertà ed è capax amoris. Sa assumere i rischi, ma così nega l’autosufficienza e si pone come gesto eversivo, facendo emergere che ognuno deve donare perché sempre e comunque debitore dell’amore verso l’altro.

E non si dimentichi che il dono all’altro per eccellenza è la propria presenza, la propria vita, il proprio tempo, la vicinanza nella gratuità. Da questo esercizio del dono può essere generata la capacità del dono dei doni: il perdono».

Bianchi ci descrive una strada della carità che non si limita a dare il superfluo, ma ad offrire quello che siamo. A pensarci bene una delle cose più importanti (se non proprio la cosa più importante) che possiamo dare agli altri non è una cosa, ma il nostro tempo: un bene che non ci può essere restituito, che non ci può tornare indietro perché è la nostra vita che scorre. Forse è per questo che è così difficile trovare il tempo per gli altri: per aiutarli, per ascoltarli, per consolarli, per visitarli. Abbiamo paura che gli altri ci coinvolgano troppo e di non avere abbastanza tempo per noi. Mi tornano in mente ancora una volta le parole di Mons. Tonino Bello, recentemente dichiarato venerabile:«Concedere uno spazio non vale, se non si sa offrire del tempo. Il tetto non copre: ci vuole un lembo di vita. La minestra non scalda: occorre un alito umano. Dare un letto non basta, se non si sa dare la “buona notte». Per far questo occorre, sempre secondo Mons. Bello, «riprendere la strada del servizio che è la strada della condiscendenza, della condivisione, del coinvolgimento in presa diretta nella vita dei poveri. E’ una strada difficile perché attraversa le tentazioni della delega: stipendiare lavapiedi perché ci evitino la scomodità di certi umili servizi».

All’inizio di questo nuovo anno colgo l’occasione per augurare ai lettori de’ “Il Mantello della Giustizia” proprio di “trovare il tempo” per fare ciò che è veramente importante, così come recita una riflessione attribuita a Madre Teresa di Calcutta:

Trova il tempo di pensare

Trova il tempo di pregare,

Trova il tempo di ridere.

È la fonte del potere

È il più grande potere sulla Terra

È la musica dell’anima.

Trova il tempo per giocare

Trova il tempo per amare ed essere amato

Trova il tempo di dare

È il segreto dell’eterna giovinezza

È il privilegio dato da Dio

La giornata è troppo corta per essere egoisti.

Trova il tempo di leggere

Trova il tempo di essere amico

Trova il tempo di lavorare

E’ la fonte della saggezza

E’ la strada della felicità

E’ il prezzo del successo.

Trova il tempo di fare la carità

E’ la chiave del Paradiso.