La Dottrina sociale della Chiesa e il suo rapporto con le Scienze sociali

di Leonardo Salutati · Una delle difficoltà con cui si confronta la Dottrina sociale della Chiesa (da ora in poi DSC) è quella di trovare adeguata considerazione nel mondo delle scienze sociali (politica, etnologia, sociologia, economia), tanto che nel tempo si è passati dal desiderio di proporre una scienza sociale cattolica, al confronto dialettico, all’ancoraggio della DSC alla teologia morale.

La problematicità di questo rapporto risale all’atto fondativo delle scienze sociali moderne, che nascono come rottura con la visione della vita umana in società guidata per secoli dalla morale cattolica. L’origine delle scienze sociali si colloca, infatti, in quel movimento di graduale abbandono della religione e di rifiuto di una visione trascendente che, con Machiavelli, porta a elaborare una scienza politica non più incentrata sul fine dell’uomo e della città ma su come esercitare e mantenere il potere (P. Manent, 1987). A sua volta la scienza economica, con Adam Smith, sviluppa un pensiero che insiste sulla ricerca dell’interesse individuale come strumento per canalizzare le passioni umane verso un maggiore arricchimento materiale di ogni individuo, contro un cattolicesimo che cerca di regolare comportamenti “peccaminosi” legati all’avarizia (A.O. Hirshman, 1980). La sociologia, infine, analizza il sociale come tale, affrancato da ogni riferimento esplicitamente morale, con il sociologo che si sforza di mettere ordine nell’apparente caos della vita sociale, più che interrogarsi sulla sua eccellenza e sul suo significato (R. Aron, 1967).

La DSC nel suo sorgere prende atto di questa rottura, riproponendo la possibilità di un approccio “cattolico” alle scienze sociali e, nel contempo, denunciando i limiti dei fondamenti delle scienze economiche e sociali moderne. Pio XI, per esempio, dichiara senza ambiguità che la concorrenza in assenza di regole nel funzionamento dei mercati è una “fonte avvelenata”, considerando ugualmente erronei marxismo e liberismo (QA 89) e denunciando la separazione metodologica tra scienza e morale (QA 133). Uno scontro frontale che si ritrova anche nel pensiero di Pio XII, che disapprova esplicitamente le correnti economiche sue contemporanee (1956), con una determinazione sostenuta dalla convinzione che una scienza sociale cattolica sia possibile.

Il periodo successivo al Concilio Vaticano II fa registrare il superamento di questa prospettiva, con la Octogesima adveniens di Paolo VI del 1971, che riconosce la difficoltà a «proporre una soluzione di valore universale» (OA 4), dando l’impressione di accantonare l’idea stessa di una Dottrina sociale e la possibilità di affiancare tale dottrina a una scienza sociale cattolica. Paolo VI (e prima di lui di Giovanni XXIII) analizza la dimensione sociale con metodo induttivo, senza necessariamente applicarvi i principi teorici derivanti da una filosofia sociale cattolica (M.D. Chenu, 1979) e avvalorando le categorie proprie degli ambiti economici, politici e sociali. Egli sottolinea che le scienze umane possono «aiutare la morale sociale e cristiana» (OA 40) anche se, comunque, questa mantiene la sua funzione critica nel mostrare il carattere relativo dei comportamenti e dei valori inerenti alla natura stessa dell’uomo che la società presenta come definitivi (cf. ibid.; anche OA 38-39). In breve il periodo immediatamente successivo al Concilio è caratterizzato da una volontà di dialogo della DSC con le scienze sociali, anche se “sotto condizione”.

Una terza fase nella storia della DSC è caratterizzata dalla definizione dei suoi fondamenti, in una prospettiva che la collega al Vangelo e agli insegnamenti della Tradizione cristiana sull’uomo e che afferma la sua appartenenza alla teologia morale. Non si tratta né di un programma politico né di una dettagliata ripetizione del Magistero del passato, né di una ideologia. Al n. 41 di Sollicitudo rei socialis del 1987 questa prospettiva è chiaramente specificata da Giovanni Paolo II nella definizione molto densa che offre della DSC.

In questo passaggio Giovanni Paolo II specifica la DSC come una riflessione che ha la finalità di guidare il comportamento cristiano e non solo di descrivere la realtà. Poiché, poi si situa su un terreno differente da quello delle scienze umane, non pretende di confrontarsi con quest’ultime, anche se il suo fondamento teologico può mettere in discussione tali discipline e farsi da queste interpellare.

Su questa linea Papa Benedetto XVI afferma che la DSC può essere pensata come luogo di unificazione della conoscenza dell’uomo troppo spesso frammentata. Difendendo e riproponendo l’«importante dimensione interdisciplinare» di questa dottrina, egli indica quanto quest’ultima possa aiutare a combattere «l’eccessiva settorialità del sapere» e in particolare «la chiusura delle scienze umane alla metafisica» (CV 31).

A sua volta papa Francesco, sempre sulla linea di Giovanni Paolo II, nella Laudato si’, si mette in ascolto del mondo attingendo ai risultati delle scienze umane (LS 15), per poi rileggerli alla luce della tradizione teologica giudaico-cristiana. Papa Francesco, inoltre, richiama frequentemente l’autorità della DSC, che invita a non sminuire rispetto ad altri campi ritenuti più importanti della teologia morale (GE 102-103).

Questa breve ricognizione, che richiederebbe ben altro approfondimento, fa emergere come il posizionamento della DSC come teologia morale, le permetta di collocarsi con più chiarezza nell’ambito accademico del dialogo e del confronto con le scienze sociali, evidenziando come l’approccio adottato dalla DSC a partire da Giovanni Paolo II, lungi dall’essere banale, costituisce un importante passo in avanti per qualificare la proposta cattolica e renderla intellegibile nel confronto con le scienze sociali (J.B. Rauscher, 2021).