1

«Opus caritatis pax»: la pace è frutto della carità

di Leonardo Salutati · In un mondo oggi fortemente secolarizzato da un lato e, dall’altro, caratterizzato da fondamentalismi e tensioni di vario genere, ci pare prezioso ed estremamente illuminante l’insegnamento di Paolo VI, che opera una vera e propria rivoluzione epistemologica nella dottrina sulla pace.

Il punto centrale del suo pensiero è caratterizzato da nuova lettura del rapporto guerra-pace negli autori classici, alla luce del quale il Papa distingue una doppia natura della pace: la pace interiore della persona umana e quella esteriore nell’ambito civile o politico. Quest’ultima si può costruire solamente se passa attraverso la pace interiore di chi è impegnato a realizzarla.

La riflessione prende spunto dall’insegnamento di San Tommaso d’Aquino che, nella Summa Theologiae all’interno del trattato sulla carità, diversamente da S. Agostino, offre la sua interpretazione sul tema della “guerra giusta” alla luce del “precetto evangelico della pace” (Sth IIa IIae, q.29 a.3 ad 3), spostando il ragionamento dal campo giuridico-canonistico legato alla “virtù cardinale” della giustizia, a quello teologico caratterizzato dalla “virtù teologale” della carità.

Per Tommaso la guerra è, infatti, uno dei vizi che si oppongono alla carità perché è contraria al precetto evangelico della carità, in quanto anche il nemico deve essere oggetto di carità da parte del cristiano. (Sth IIa IIae, qq.34-43).

Se per Agostino, siccome il Vangelo non vieta il servizio militare (cfr Lc 3,14), è possibile la guerra come moralmente giusta se dichiarata dall’autorità legittima, per giusta causa e combattuta con retta intenzione, Tommaso, rimanendo ancorato al campo teologico, sostiene diversamente che il Vangelo pur non escludendo in assoluto la guerra neppure la giustifica e conclude che la pace è frutto della virtù teologale della carità e non della giustizia, che è condizione necessaria ma non sufficiente della pace. Infatti la giustizia può solo rimuovente gli ostacoli alla pace, mentre «la carità causa la pace in forza della sua natura. Infatti l’amore (…) è “una forza unitiva”: e la pace è l’unificazione tra le inclinazioni degli istinti» (Sth IIa IIae, q.29 a.3 ad 3). Di conseguenza se la guerra non è un peccato contro la giustizia, non ne consegue che non lo sia contro la carità.

Alla luce di questo insegnamento, poco prima della definitiva approvazione della Gaudium et spes, Paolo VI tenne uno storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui, dopo aver definito la Chiesa «esperta di umanità», affermò che l’ONU «riflette nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale», dato che la vocazione dell’ONU è «affratellare non solo alcuni, ma tutti i popoli» e, citando John F. Kennedy, affermò: «L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità» (Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 04.10.1965).

Il suo discorso, che può essere considerato come il punto di arrivo dei contenuti della Pacem in terris di Giovanni XXIII, si fondava su una vibrante esortazione alla pace che Paolo VI rilancerà in seguito più volte nel corso del suo pontificato, sottolineando ciò che è necessario per costruire la pace.

Egli sottolinea che la pace è nutrita da una radice spirituale, che può essere costruita e mantenuta da coloro che scoprono la pace del cuore. Di essa manca l’uomo moderno, eppure questa pace è possibile, è vicina ed è continuamente offerta agli uomini. In realtà la pace esteriore dipende dalla pace interiore, ma questa è anzitutto pace con Dio, che è «la sorgente di quella forza morale, di quella rettitudine virile, di quella sapienza fondamentale, da cui può scaturire la pace con gli uomini» (1967). La pace dev’essere desiderata per il suo valore etico, che è «bene eccellente», «dono grande e prezioso» (1966), «bene supremo che l’umanità vive nel tempo» (1965), la condizione dello sviluppo umano (1967).

Tradizionalmente, la pace era definita come assenza di guerra, ma dalla riflessione di Paolo VI emerge chiaramente l’autentico concetto di pace intimamente connesso con la giustizia sociale e lo sviluppo umano, da promuovere negli ordinamenti politici attraverso il rispetto dei diritti umani e lo sviluppo economico e sociale: tutti aspetti questi che concretizzano le esigenze della carità.

Paolo VI formula, inoltre, le denunce più ferme contro le politiche di armamento, considerate di per sé espressive di «un’azione offensiva, di un’aggressione e di un’oppressione inammissibile», che tende solo ad aumentare «la forza del potere» proponendosi come «un mezzo per imporre alle nazioni più deboli, e persino ai blocchi antagonisti, il proprio dominio» (Pont Comm. Justitia et Pax, La Santa Sede e il disarmo generale, 3 giugno 1976).

Dopo la Pacem in terris non v’è dubbio che per Paolo VI per tutti i suoi successori l’attenzione debba concentrarsi completamente sulla pace da costruire, da promuovere attraverso «una visione globale dell’uomo e dell’umanità» (PP 13), non potendo ridursi «a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze», ma da costruirsi «giorno per giorno, nel perseguimento d’un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini» (PP 76) e da istituirsi con una specifica relazione tra sviluppo e pace, da cui la nota frase di Paolo VI: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (PP 76; 87) che tuttavia non può prescindere dalla carità ed è indubbiamente “opera della carità”.