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La solita vecchia storia delle crisi finanziarie

di Leonardo Salutati · Da vari giorni è un susseguirsi di articoli che paventano una nuova crisi finanziaria, sia nel mondo della finanza tradizionale, dove ormai da tempo di discute sulla “bolla” che riguarderebbe Tesla di Elon Musk, sia nel mondo dei “bitcoin”.

Al riguardo sono di grande attualità e interesse due importanti saggi di due grandi economisti. Il primo è Manias, Panic and Crashes di C.P. Kindleberger, del 1978, pubblicato in lingua italiana nel 1981 col titolo Euforia e panico. Storia delle crisi finanziarie, costantemente aggiornato nella versione inglese fino alla morte del suo autore nel 2003. Il secondo è la Breve storia dell’euforia finanziaria. I rischi economici delle grandi speculazioni (1990), di J.K. Galbraith.

Entrambi i saggi illustrano come il verificarsi di una crisi, sia sempre l’esito del concatenarsi di una serie di fatti e di scelte umane, molto spesso non razionali. Nella storia dei mercati finanziari un dato costante e predominante è, infatti, la frequente assenza di razionalità. Ogni “bolla” che precede la crisi parte a seguito dell’euforia generata da aspettative continue di guadagno, a cui si sommano le scommesse finanziarie gestite dai market-mover, ovvero i pochi investitori istituzionali che guidano l’andamento di un settore, fintanto che le aspettative si scontrano con la realtà quando, titoli e azioni non garantiscono il rendimento atteso, un calo del prezzo, una vendita di un operatore influente, un fatto banale… fa scattare il panico che conduce allo schianto (Kindleberger).

Galbraith in particolare, ha precisato le caratteristiche ricorrenti in tutte le crisi finanziarie esaminate, cominciando dalla crisi dei tulipani del XVII secolo fino a quella del 1987, mettendo in evidenza che: 1) le circostanze all’origine delle varie crisi sono sempre le stesse; 2) individui e istituzioni sono attirati dalla straordinaria soddisfazione che deriva dall’accumulare ricchezza; 3) nonostante i comportamenti criminosi degli speculatori del passato siano visti con disapprovazione, i protagonisti delle illusioni contemporanee mantengono inalterata la loro attrattiva; 4) l’occasione speculativa con l’associato rischio di crollo conclusivo è tecnicamente interna al mercato e prevedibile, ma generalmente si vanno a ricercare influenze esterne come causa del crollo, in assenza delle quali non si sarebbe verificata la crisi. Osserva al riguardo Galbraith: «Nella vita economica niente è così mal compreso come il grande episodio speculativo».

In realtà la tradizione cristiana e la Dottrina sociale della Chiesa hanno sempre, con precisione compreso un tale fenomeno. In particolare l’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 all’indomani della “grande crisi”, rivela ancora oggi una assoluta attualità, con la sua denuncia dei gravi squilibri dell’«odierno regime economico» (QA 99-101).

Se confrontiamo QA e le ricerche di Galbraith e Kindleberger si può constatare che, sebbene l’analisi dell’enciclica sia molto diversa nel tono e nel linguaggio, vi è convergenza di tutti e tre nel riconoscere la radice delle crisi finanziarie nelle tendenze umane all’avidità (QA) e nel desiderio di accumulare ricchezza (Kindleberger – Galbraith).

In questa luce si può allora cogliere tutto il valore dell’appello alla riforma dei costumi espressa dall’enciclica, che sollecita «il ritorno alla vita e alle istituzioni cristiane» (QA 129) e la «cristianizzazione della vita economica» (QA 135) come via per la «ricostruzione dell’ordine sociale e il suo perfezionamento in conformità con la legge evangelica».

La Dottrina sociale della Chiesa, infatti, sulla base della lettura della storia, riscontra «le conseguenze sul terreno economico-sociale di un errore di più vasta portata», che «consiste in una concezione della libertà umana che la sottrae all’obbedienza alla verità e, quindi, anche al dovere di rispettare i diritti degli altri uomini. Contenuto della libertà diventa allora l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore che conduce all’affermazione illimitata del proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia» (CA 17).

Un errore che si radica nella cupidigia, strettamente collegata con la scristianizzazione, che favorisce le passioni disordinate conseguenza del peccato originale, che si manifestano attraverso una preoccupazione eccessiva per le “realtà penultime” perdendo di vista quelle “ultime” (QA 129-132).

Sembra di sentir parlare di quanto accaduto nella recente grave crisi del 2008, quando QA denuncia i comportamenti dei dirigenti delle grandi imprese e, in particolare, degli istituti finanziari, che cercano di allettare l’avidità dei cittadini per approfittarsi di loro (QA 132) e che, con il loro comportamento, hanno attirato dietro di sé il resto della società (QA 134).

Con un linguaggio indubbiamente datato, QA descrive tuttavia con precisione quell’attività speculativa che ancora oggi continua a produrre gravi danni sociali e ambientali con le medesime modalità, tanto che recentemente Laudato si’ (2015) è ancora costretta a constatare che: «i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi» (LS 56). Per cui è una pia illusione pensare «di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali» (LS 119), a cominciare da quella con Colui che affidando all’uomo la creazione (Gen 1,28) lo invita ad amministrarla con cura e a non spadroneggiare (cf. Lc 12,20-21; 16,1 ss.).