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Posted on 1Nov, 2021

Eberhard Jüngel (1934-2021), uno degli ultimi grandi teologi del secondo Novecento

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di Gianni Cioli · Eberhard Jüngel, recentemente scomparso all’età di 86 anni (5 dicembre 1934 – 28 settembre 2021), è stato un teologo luterano tedesco particolarmente noto anche nell’ambito della teologia cattolica italiana. Professore Emerito di Teologia Sistematica e Filosofia della Religione presso la Facoltà di Teologia Protestante dell’Università di Tubinga, può certamente essere considerato uno degli ultimi grandi teologi del secondo Novecento. «Era un pensatore cresciuto nel vecchio stile della formazione teologica tedesca: una formazione ampia e consolidata: lingue classiche, filosofia, Hegel, Heidegger, Schleiermacher, Bultmann e i suoi allievi. E, naturalmente, Karl Barth, di cui diceva: “È un mio maestro, ma io non sono un suo scolaro”. Queste caratteristiche fanno di Jüngel appunto, per molti versi, un teologo ben inscritto nel solco della generazione precedente» (vedi)

I suoi libri, non moltissimi ma assai significativi, risultano «scritti in maniera complessa: una costruzione in periodi molto articolati nella subordinazione delle frasi, ma anche uno stile rigorosissimo, tale che, applicandocisi con impegno, la loro leggibilità alla fine premia il lettore» (Ibid.). Fra le sue opere pubblicate in italiano si possono segnalare: Morte, Queriniana, Brescia, 1972; Paolo e Gesù, Paideia, Brescia, 1978; L’essere di Dio è nel divenire, Marietti, Casale Monferrato, 1986; Dio, mistero del mondo, Queriniana, Brescia, 1982; Possibilità di Dio nella realtà del mondo, Claudiana, Torino, 2005; L’avventura di pensare Dio, Claudiana, Torino, 2007.

Pur mantenendo sempre netta la propria identità e appartenenza ecclesiale, Jüngel si è dimostrato un autore autenticamente ecumenico nella sua capacità di fare teologia con una visione aperta. Come ha osservato, in effetti, Giuseppe Lorizio, quello che colpisce ad esempio «nella sua riflessione intorno a Dio mistero del mondo (Queriniana, 1982) è l’attenzione che da parte di un teologo certamente di matrice luterana» viene «rivolta alla dimensione cosmico-antropologica della Rivelazione e l’elaborazione della dottrina dell’analogia, ritenuta comunemente monopolio dell’ambito propriamente cattolico-tomista» (vedi).

Personalmente mi sono imbattuto nella teologia di Jüngel nell’ambito della ricerca teologico morale quando, grazie alla frequentazione del pensiero etico teologico di Klaus Demmer, ho avuto modo di approfondire il significato esistenziale della morte come imprescindibile orizzonte delle scelte umane in relazione alla vicenda pasquale di Cristo.

Jüngel dedicò in effetti proprio al tema della morte una delle sue prime e più significative monografie. Secondo la sua interpretazione, l’essenza della morte consiste nell’«irrelazionalità», ovvero nella solitudine, come lo stesso Gesù ha sperimentato sulla croce. Ma, proprio per questo, la morte può e deve diventare ciò che l’ha resa il Signore nel suo abbandono al Padre nell’esperienza stessa della croce: l’attestazione del primato di Dio e non di altri sulla nostra esistenza, perché là dove non possiamo fare nulla, nella nostra assoluta impotenza, egli è presente per noi.

Riporto alcuni stralci della monografica in questione che illustrano bene l’idea di morte come «irrelazionzionalità» a partire dall’antropologia veterotestamentaria. Si tratta di brani che confermano l’impressione di come la scrittura di Jüngel sia effettivamente tanto complessa e impegnativa, quanto proficua e arricchente per il lettore disposto a misurarsi con la fatica del concetto.

«Che la morte sia stipendio del peccato è affermato (…) solo nel Nuovo Testamento, e più precisamente in un contesto che parla del superamento di questa morte. Tuttavia, nell’intero arco dell’Antico Testamento, la morte si presenta con un’affinità specifica con la colpa di cui l’uomo, da vivo, ha sciaguratamente oberato la sua vita. La morte non getta soltanto la sua ombra sulla vita umana. Piuttosto si deve dire che l’ombra proiettata dalla morte è l’ingrandimento sinistro dell’ombra originaria che dalla nostra vita cade sulla nostra fine. (…) Si può esprimere sinteticamente quest’importante fatto con la tesi che soltanto ciò che nel corso della nostra vita facciamo di essa rende la morte una potenza minacciosa non solo per i singoli individui ma anche per le intere comunità, anzi per i popoli»: (E. JÜNGEL, Morte, Brescia 1972, 110-111).

«La valorizzazione massima della vita, quale rifiuto della morte (di fronte alla morte), operata dall’Antico Testamento, permette la formulazione di una chiara comprensione teologica di quello che è propriamente il fenomeno antropologico della morte. Si deve quindi prendere le mosse dalla vita. La valorizzazione massima della vita scaturisce dalla fede in Jahvé quale sorgente e pienezza della vita. L’uomo perciò, per parte sua vive perché e in quanto Jahvé sta in rapporto con lui, che a sua volta si rapporta a Jahvé in modo corrispondente al rapporto che Dio intrattiene con lui. L’uomo si differenzia da Dio proprio perché si rapporta a colui dal quale trae la sua vita. “Vivere”, quindi, nell’Antico Testamento significa avere un rapporto. Anzitutto, avere un rapporto con Dio, il rapporto cioè di una provvidenziale distanza che, sola, rende possibile un retto rapporto. La vita dell’uomo dell’Antico Testamento è determinata da dei rapporti, da dei rapporti chiari; essi sono regolati dalla Legge: rapporti chiari con il prossimo, con il popolo, con se stessi e con Dio. L’uomo può tentare di offuscare e sovvertire questi rapporti chiari. Ogni tentativo di distruzione di questi rapporti vitali è detto dall’Antico Testamento peccato, cioè ribellione contro Dio, che in ogni rapporto vitale è già sempre in relazione con l’uomo. Il peccato priva dei rapporti, rende isolati. Ora la morte è risultato di questa tendenza alla distruzione dei rapporti. Per questo antropologicamente la morte non è presente soltanto alla fine della vita, ma in ogni suo istante come reale possibilità in virtù della tendenza all’irrelazionalità. (…) L’uomo morto però non è privo di rapporti solo nei confronti di tutto ciò che è diverso da lui, ma anche, e in primo luogo, rispetto a se stesso: “I viventi (almeno) sanno che devono morire, i morti invece non lo sanno più” (Qo 9,5)» (Ibid., 114-115).