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Fede, speranza e amore nella struttura della Lettera ai Romani

di Gianni Cioli · Fede (pístis), speranza (elpís) e amore (agápe) sono per Paolo tre atteggiamenti fondamentali e costitutivi dell’esperienza cristiana. Egli non usa l’espressione “virtù teologali”, che avrà grande fortuna nella riflessione successiva e soprattutto nella teologia medievale, ma lascia già chiaramente capire che si tratta di disposizioni profondamente connesse fra loro, donate da Dio, che riguardano in primo luogo Dio e che trasformano l’esistenza umana. Fede, speranza e amore rinnovano nella persona la percezione di Dio, di sé, degli altri e del mondo e, conseguentemente, il comportamento, l’agire concreto. Talora, nelle sue lettere, Paolo associa esplicitamente fede, speranza e amore nella stessa frase, come in 1Ts 1,3.5,8, o in 1Cor 13,13, dove dice: «Queste le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore, ma più grande di tutte è l’amore». Spesso usa insieme due termini accoppiandoli nello stesso contesto, ma il più delle volte preferisce utilizzarli singolarmente, sottolineando ora l’uno, ora l’altro atteggiamento.

Nel caso della Lettera ai Romani si può notare che l’uso dei termini fede, speranza e amore segna per certi versi la stessa struttura dell’epistola. È dedicata infatti alla fede soprattutto la prima parte, in particolare i primi quattro capitoli; il tema della speranza, collegata all’amore ricevuto in dono, emerge nei capitoli centrali, per l’esattezza nei capitoli 5 e 8; l’ultima parte, quella parenetica, dal capitolo 12 alla fine, sottolinea l’importanza dell’amore come stile di vita del cristiano.

Il significato della fede nella teologia della Lettera è sintetizzato bene in Rm 3,28: «noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge». La buona notizia che Paolo annuncia è che Dio vuole donare gratuitamente la salvezza all’umanità che si era venuta a trovare in una situazione di peccato e di morte senza via d’uscita. Quello che non era possibile mediante la legge che pur manifestava la volontà di Dio, il divenire giusti, risulta possibile aderendo a Cristo, morto e risuscitato per noi. La fede è l’accoglienza del dono gratuito di Dio, del dono di una salvezza che non deriva dalle opere, ma che è grazia. La fede è credere «in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,24-25).

Emergono almeno due aspetti complementari nel concetto di fede utilizzato da Paolo, che la riflessione teologica medievale svilupperà nella distinzione fra fides quae e fides qua: c’è il credere a un fatto, la morte e risurrezione di Cristo, accettando che ne dipenda la salvezza personale e di tutta l’umanità, e c’è un atteggiamento di abbandono fiducioso in chi dona questa salvezza: in Gesù Cristo morto per i nostri peccati e in Dio che l’ha risuscitato perché diventassimo giusti. La fede è conoscere Dio attraverso l’adesione all’annuncio e la memoria di ciò che egli ha compiuto. Credere a ciò che egli ha fatto significa fidarsi di lui, aderire a lui credendo alle sue promesse. Modello di quest’abbandono fiducioso è Abramo, giustificato per la fede, prima della circoncisione e della legge e indipendentemente da esse. In Abramo, come in ogni vero credente, la fede risulta contigua alla speranza. Infatti, «egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18).

La speranza è, per certi versi, l’attesa del compimento delle promesse in cui si è creduto. È la condizione, paradossale ma autentica, che il cristiano sperimenta dentro la creazione ancora incompiuta, e insieme alla creazione (cf. Rm 8,19-22). Nella speranza s’intrecciamo e si sostengono vicendevolmente desiderio, timore e fiducia. Essa implica una doppia tensione a cui il credente non può sottrarsi: fra la pienezza di vita che Dio promette e la sofferenza che il cristiano sperimenta nel mondo ancora segnato dal mistero dell’iniquità; fra il compimento della salvezza che si manifesterà nella risurrezione e il non compimento attuale: «nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,24). Scaturendo dalla fede e dalle tensioni a cui la fede è sottoposta, la speranza trova tuttavia alimento, sostegno e pieno vigore nell’amore, inteso come esperienza dell’essere amati da Dio, potendo a nostra volta corrispondergli: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,1-5). La garanzia della speranza è l’amore di Dio che, mediante lo Spirito Santo, ricolma il centro della nostra vita, il cuore. Un amore che è più forte di ogni sorte avversa e di ogni potenza terrena (cf. Rm 8, 28.31.35.37-39).

L’amore dunque, nella Lettera ai Romani, è in primo luogo quello di Dio, manifestatosi nella morte di Cristo per i peccatori (cf. Rm 5,6-11) e donato ai credenti in virtù dello Spirito. Tale amore, ricevuto in dono, diventa poi, nel cristiano, la logica determinante e la forza trainante della vita concreta, il paradigma della verità delle relazioni personali. Nella Lettera ai Galati Paolo aveva chiaramente sottolineato la dimensione operativa dell’amore e il suo intimo legame con la fede, affermando che «in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo dell’amore» (Gal 5,6). In Romani l’idea innerva tutta la parte parenetica (cc. 12-15) nella quale l’apostolo illustra le conseguenze pratiche del suo vangelo, invitando a un amore senza finzioni (Rm 12,9) verso tutti, anche i nemici (Rm 12,20-21), e individuando nell’amore il senso autentico e il compimento della legge (Rm 13,8-10). Quest’ultima non poteva rendere l’uomo giusto, e l’uomo non giustificato non poteva osservala: ma l’uomo reso giusto da Dio, per grazia, mediante la fede, adempie la legge ricomprendendola mediante l’amore.