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Alla scuola di Dante per capire chi siamo (tra pregi e difetti)

di Stefano Liccioli · Parlare dell’attualità di un grande autore come può essere Dante Alighieri a volte rischia di essere solo uno slogan vuoto se non viene riempito di contenuti e di riferimenti precisi. Una recente esperienza didattica mi ha portato a riflettere sul canto XI del Purgatorio ed a confrontarmi con le figure di Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani che Dante presenta in questo canto, collocandole fra i superbi della prima cornice del Purgatorio. Oderisi, celebre miniatore del XIII secolo, in vita era stato animato da un grande desiderio di fama e solo una volta diventato un’anima del Purgatorio riesce a far tacere l’invidia ed a riconoscere la superiorità di un altro minatore a lui contemporaneo, Franco Bolognese. Celebre la descrizione che Oderisi fa della gloria terrena:«Non è il mondan romore altro ch’un fiato/di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,/e muta nome perchè muta lato» (Pg. XI,100-102). La fama del mondo è un alito di vento, che cambia nome a seconda di dove soffi.

Anche la figura di Provenzan Salvani è quella di un superbo, capace però di fare, per amicizia, un gesto di umiltà, gesto che gli varrà l’ingresso in Purgatorio.

Nei versi del canto s’intrecciano, dunque, il tema della superbia, con quello dell’invidia e dell’umiltà. Argomenti che l’Alighieri delinea in modo lucido e preciso, facendo riferimento, più o meno esplicitamente, alla riflessione teologica morale di San Tommaso d’Aquino. In questa prospettiva il poeta ci restituisce (come fa del resto in tutta la Commedia) l’immagine di uomo che, oggi come allora, è sì capax Dei, ma anche imperfetto e contraddistinto da numerose fragilità.

Da qui l’attualità di Dante nell’offrirci una visione antropologica che attraversa i secoli, anche se oggi facciamo fatica a parlare di vizi e peccati, preferendo psicologizzare tutti i nostri problemi. Ma questo sarebbe un altro discorso.

In questa sede, prendendo spunto dalle figure di Oderisi e Provenzan Salvani, voglio condividere una breve riflessione su invidia ed umiltà. San Tommaso definisce l’invidia come “la tristezza che si prova davanti ai beni altrui”. Si tratta di un sentimento che spesso non riusciamo a confessare o ad ammettere a noi stessi perché implicherebbe riconoscere, in certi settori, la superiorità degli altri. Essa però ci consuma dentro (da qui il termine colloquiale di “rosicone” per indicare chi si rode proprio di gelosia). Nella Regola Basilio Magno avvertiva:«Come la ruggine consuma il ferro, così l’invidia consuma l’anima che ne è piena». L’unica forma di difesa che riusciamo a mettere in atto contro l’invidia è provare a diventare noi stessi oggetto dell’invidia degli altri, esibendo qualcosa di noi stessi o della nostra vita che possa suscitare la loro gelosia. Si tratta però di un mero palliativo. Secondo San Tommaso l’invidia viene meno quando riusciamo a portarla alla luce, quando ammettiamo di essere gelosi e magari riusciamo a rallegrarci dei successi e delle doti delle altre persone.

Per combattere l’invidia occorre, dunque, compiere atti di umiltà, concetto spesso confuso con la falsa modestia, ma che nella sua etimologia ci rimanda ad un significato più profondo. Umiltà viene da “humus”, terra, e sta ad indicare chi siamo nella nostra essenza: siamo terra, anche se feconda, impastati con amore da quell’artigiano che ci è Padre. Imparare l’arte dell’umiltà non vuole dire umiliarsi o compiere un’opera di mortificazione spirituale, ma sintonizzarsi con quello che siamo veramente, con la nostra dimensione creaturale, consentendoci di avere, nella nostra vita, lo spazio necessario per poter accogliere gli altri e l’Altro: se siamo troppo pieni di noi stessi questo non è possibile. Aveva, dunque, ragione il filosofo Blaise Pascal:«Se vuoi che la gente pensi bene di te, non parlare bene di te stesso».