«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21)

Leggiamo nel Vangelo di Matteo: «i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono, dunque, da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”».

Gesù si trova non lontano dal tempio, qualche giorno prima della passione. Così continua il vangelo: «Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono» (Mt 22,15-22).

Qualche anno fa abbiamo affrontato questa pericope tratta dalla “triplice tradizione”, prevalentemente dal punto di vista di Marco), che ne è la fonte (Il denaro di Cesare e il regno di Dio. Oggi ce ne vogliamo occupare dal punto di vista del Vangelo di Matteo, per cercare un’esegesi maggiormente legata a questo evangelista.

Peraltro, il vangelo di Matteo, nella sezione del ministero in Galilea, aveva già parlato della tassa del tempio. E lo faceva in termini più che concreti, parlando di quanti raccoglievano la stessa moneta della tassa, la doppia drakma. Tuttavia, la questione è del tutto differente rispetto alla tassa nei riguardi Cesare, perché la tassa del tempio non comportava nessun riconoscimento dell’autorità straniera: «quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te» (Mt 17,24-27).

Nell’episodio ambientato vicino al tempio, intanto si avvicinano a Gesù esponenti del partito dei farisei, al solo scopo di metterlo in difficoltà. Essi sono accompagnati da esponenti erodiani, pronti da sempre al riconoscimento dell’autorità di Roma. L’esordio dell’incontro con Gesù, paradossalmente, non potrebbe essere più significativo per esprimere la doppiezza degl’interlocutori: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità». Ma questo non nasconde la precisa intenzione dei farisei cercare di mettere in difficoltà Gesù su una questione così controversa.

Tuttavia, il Signore, che non manca di conoscere la loro «malignità» e la loro «ipocrisia» – e l’empietà che si cela dietro la loro simulazione – (Gnilka), svuota dall’interno il loro disegno perverso: infatti, chiede loro la moneta oggetto del tributo, evidenziando che non ne possiede una.

Ora, il denaro che gli presentano, e che non hanno avuto timore di introdurre nell’area del tempio, porta su di sé un’immagine e una scritta: «egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare» (Mt 22,20-21).

Tutto questo permette a Gesù di uscire in maniera limpida dal pericolo nascosto nella domanda dei farisei. Non c’è dubbio, infatti, che qualunque fosse stata la sua risposta, identica sarebbe stata la reazione degli avversari, sebbene per motivi diversi: nemico di Cesare o rivoluzionario.

Gesù esce da questo dilemma introducendo un nuovo elemento: lo stesso Dio. Questo riferimento conduce la questione ad un livello molto più profondo di quello su cui è stata proiettata la comune interpretazione, basata su una questione politica più che religiosa..

In verità, anche l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani, sembra riaprire la questione espressa dal testo evangelico. Scrive infatti: «ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti, non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio» (Rom 13,1). E così prosegue: «è necessario stare sottomessi [alle autorità costituite], non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo, infatti, voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rom 13,5-7).

In realtà, Paolo non offre alcun elemento per stabilire se i cristiani, riconoscendo in Gesù Cristo l’unico Signore, discutessero se pagare o meno le tasse allo Stato, tanto più che Gesù stesso aveva raccomandato di «rendere a Cesare quello che è di Cesare». Oltretutto, nello scritto dell’apostolo non si trova alcun riferimento a Cesare, che invece sarebbe stato molto appropriato in quel contesto (cf. Penna).