L’Informazione di guerra, tra coraggio e propaganda

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di Antonio Lovascio · L’informazione è un’arma potente. Nell’invasione russa all’Ucraina, come nei numerosi altri conflitti in corso ignorati però dai Media, le tecnologie digitali hanno reso la verità un bersaglio facile come mai prima. Anche perché i vari contendenti, oltre alle battaglie, con la propaganda cercano di aggiudicarsi il cuore e la mente della gente. La disinformazione che si diffonde prima online e poi anche offline genera un ambiente informativo complesso, che rende difficile distinguere la realtà dalle bugie. Per questo Papa Francesco ha dettato quattro nuovi paradigmi per la “grammatica” del buon giornalismo in vista della 56esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che la Chiesa celebrerà domenica 29 maggio, festa dell’Ascensione. “Vedere, ascoltare con l’orecchio del cuore, approfondire, raccontare”, sono paradigmi sottintesi nei suoi incessanti appelli “a fermare le armi” ed a far prevalere in Ucraina “il grido della pace”. Un giornalismo coraggioso ma anche responsabile, può contribuire a realizzare la vera pace, denunciando nel modo più semplice possibile i fatti e mostrando con il supporto di immagini inconfutabili – nel rispetto ovviamente della dignità umana – i massacri, gli orrori, le violenze, la disperata fuga di donne e bambini oltre i confini di un Paese devastato dall’esercito russo e dai suoi mercenari, in cerca di accoglienza e rifugio altrove. Presentare dei fatti concreti spesso non è sufficiente a cambiare la mentalità delle persone. Bisogna andare alla radice di ciò che la rende vulnerabile alla disinformazione, talvolta aggravata dai commenti registrati in certi talk show televisivi. Anche se investiti dalla polemica di un gruppo di ex “corrispondenti di guerra” – nelle loro “censure” forse annida un po’ di nostalgia per le esperienze fatte nei Balcani, in Afghanistan e in Irak – dobbiamo riconoscere che finora se la sono cavata egregiamente gli inviati italiani sul campo – tra loro molti giovani freelance – che ci hanno offerto buoni reportages sui primi due mesi di una guerra sfaccettata, improvvisa ma forse non inattesa, regalando quotidianamente un’istantanea toccante dal teatro dei combattimenti. Senza nascondere di doversi spesso scontrare con il problema delle fake news, diffuse da entrambe le parti, che rendono ancora più difficile il compito di cronisti. “La propaganda c’è sempre stata in ogni conflitto e sempre ci sarà. E’ parte integrante della guerra, sarebbe ingenuo non ammetterlo – hanno confessato alcuni di loro – Per avere notizie certe non basta attingere a fonti ufficiali, anche se ucraine: bisogna avere testimonianze dirette, trovare foto e video che testimonino quanto viene comunicato. Non sempre è possibile. Allora anche per questo è opportuno citare le fonti”.

Nonostante le mille difficoltà, ce l’hanno fatta comunque ad essere testimoni diretti dei momenti salienti della Resistenza ucraina, delle atrocità commesse dai soldati russi a Bucha, dell’assedio alla città martire di Mariupol (simile a quello storico di Sarajevo) rasa al suolo come Zaporizhzhia e importanti centri e villaggi del Donbass, terra di conquista, insieme alla Crimea, dello zar Putin che non risparmia missili nemmeno a Odessa, Leopoli, a Kiev addirittura durante la visita della delegazione Onu.

Sul lungo fiume della capitale ci hanno colpito gli autobus gialli messi di traverso in mezzo alla strada e i copertoni di pneumatici per diminuire la larghezza delle carreggiate per quando dovessero arrivare i carri dell’invasore. Sequenze simili ad altri piani di difesa allestiti un po’ dovunque in un territorio fino a pochi mesi fa chiamato “il granaio d’Europa”, che ora ha assunto un aspetto spettrale. Pur navigando a vista dov’è permesso arrivare, i nostri inviati ed inviate di guerra hanno saputo mostrarci con efficacia congiunta a delicatezza i volti e la forza delle donne di Irpin, il loro coraggio tra la disperazione degli sfollati, a pochi passi da quello che viene chiamato il punto “di contatto”, appena prima del fronte di combattimento.

Per quello che hanno immortalato nei loro occhi, i nostri “corrispondenti” sarebbero ben lieti di trasformarsi in “operatori di pace”, cambiando registro alla loro narrazione. Ma chi può (tra i governanti) non ha ancora raccolto il “grido di riconciliazione” invocato da Papa Francesco, che – nonostante l’escalation militare – prosegue senza soste la sua opera di mediazione sotterranea e non si stanca di ripetere di voler andare a Mosca a incontrare Putin.

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Antonio Lovascio

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