Ricordo di Giovanni Papini

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di Giovanni Pallanti · 70 anni fa moriva a Firenze Giovanni Papini. Era nato il 9 gennaio 1881, morì l’8 luglio 1956. Una vita dedicata all’impegno culturale e alla letteratura. Era stato tutto: scrittore, poeta, saggista e terziario francescano con il nome religioso di Fra’ Bonaventura. Definire contraddittoria la sua esistenza è un eufemismo. Dopo essere stato un intellettuale d’assalto, nemico di quasi tutti gli intellettuali e gli scrittori del suo tempo, fuorché di sé stesso e dei pochi amici che lo accompagnarono nella stagione delle riviste fiorentine e, dopo avere teorizzato la guerra come igiene del mondo (più gente moriva in guerra, più l’umanità sarebbe diventata forte e frequentabile), finì come terziario francescano. Basterebbe soffermarsi su questa terremotata vita intellettuale per capire che Papini soprattutto è stato un personaggio e che tutta la sua vita l’ha spesa per essere al centro dell’attenzione del mondo. Il successo letterario di Papini iniziò con “Il crepuscolo dei filosofi”, pubblicato nel 1906. Anche il proposito di sminuire e contestare i filosofi dell’antichità, fino a quelli a lui coevi, dimostra la sua qualità di polemista che basava le sue critiche più su intuizioni che su studi, ricavandone, al tempo, una notevole notorietà per il coraggio, o la faccia tosta che aveva nel confrontarsi con la storia della filosofia. Nel 1903 aveva collaborato alla rivista fiorentina “Il Leonardo”, alla rivista “Lacerba” (1913) rafforzando la sua fama di “picconatore” tra gli intellettuali italiani ed europei. Nel 1908 fondò con Giuseppe Prezzolini la rivista “La Voce”, attraverso la quale passarono la gran parte dei letterati e dei giovani politici italiani che fecero la storia del ‘900. Quindi Papini è stato una figura centrale della prima metà del XX° secolo. Con l’avvento del Fascismo, Papini diventò fascistissimo per vocazione e per fede: il mito positivo della guerra, il suo disprezzo per la normalità e un superomismo vaneggiato nei suoi scritti, lo fecero diventare un fascista che cominciò a pubblicare saggi sulla storia della cultura italiana con l’intento di rafforzare il regime di Mussolini. Certamente aveva delle qualità di polemista e una brillantezza offensiva di notevole spessore. Papini in sostanza fu un grande polemista, non un costruttore di classe dirigente, come invece lo fu, per altro verso, il suo amico, con cui spesso litigava, Giuseppe Prezzolini, che durante il periodo fascista visse negli Stati Uniti insegnando alla Columbia University. Negli anni ’70 del secolo scorso feci, per la terza pagina del quotidiano “Avvenire”, una intervista alla sorella di Giovanni Papini che si era ritirata nella casa di riposo “Il Merlo bianco” a Firenze. Nel corso dell’intervista le domandai della conversione di Papini al Cristianesimo quando lui scrisse “La Storia di Cristo” (1921), che lo rese famoso in tutto il mondo. Lei mi rispose che non aveva mai creduto a questa conversione e che suo fratello era molto intelligente e tutto quello che faceva era per stupire il prossimo per così diventare un personaggio famoso. Credo che la grandezza di Giovanni Papini sia consistita in questa genialità enciclopedica tipica degli autodidatti, di cui lui fece largo uso per tutta la sua vita, fino agli ultimi tempi in cui egli riscoprì una dimensione umana e religiosa più intima e vera.

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Giovanni Pallanti

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