«Ipotesi su Gesù» fa 50 anni: ovvero la questione (in crisi) del Gesù storico

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di Francesco Vermigli · Nell’autunno del 1976 – cinquant’anni fa, proprio in queste settimane – usciva per i tipi di una delle più antiche case editrici di ispirazione cattolica, la torinese SEI, il libro (sorta di pamphlet religioso dei nostri tempi): Ipotesi su Gesù; libro destinato ad un successo grandioso, con la vendita di oltre un milione di copie solamente in Italia e la traduzione in 22 lingue. Ne era autore, come noto, Vittorio Messori – recentemente scomparso (il 3 aprile scorso) – all’epoca giovane giornalista anch’egli torinese (e se non lo fu di nascita, lo fu di precoce adozione), cresciuto ai piedi dei grandi della scuola torinese (Galante Garrone, Bobbio, Firpo); ma convertitosi nel 1964 mentre stava concludendo gli studi universitari, per, come amava dire, “un’evidenza del cuore”.

L’opera, dunque, è anzitutto l’espressione di una storia, di una vita, prima che una riflessione teologica: anzi giunge a considerazioni che lato sensu diremmo “teologiche”, ma a partire da un’esperienza. Si direbbe che (si parva licet componere magnis: si pensi allo stesso Agostino…) in questo il Messori ha condiviso la vicenda di tanti convertiti che hanno chiesto alla propria intelligenza di indagare con rigore e passione l’oggetto della propria fede, o meglio la persona di colui che è autore e perfezionatore della nostra fede (cf. Eb 12,2): Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo. L’opera reca nel titolo il termine “ipotesi” che nella trama del libro si potrà intendere come di ispirazione pascaliana; se il libro risulta appunto dedicato al filosofo di Port-Royal e se fin dal primo capitolo, in testa ad esso, il Messori pone la celebre scommessa sull’esistenza di Dio. E già si potrà apprezzare la distanza tra le antiche prove dell’esistenza di Dio (che siano a-priori o a-posteriori, poco importa…) e l’accesso a Gesù con il linguaggio dell’ipotesi (o della scommessa, più alla Pascal-maniera).

In realtà, sono proprio queste ultime considerazioni su questa terminologia che si direbbe più dimessa (perché, anche al senso comune, sembrerà altro parlare di Dio al modo della prova e altro parlare di Gesù al modo dell’ipotesi) a condurci al punto capitale della posizione del Messori nei confronti della “questione Gesù”: nella quale dizione “questione Gesù” si deve intendere innanzitutto la domanda sulla sua storicità e insieme sulla sua capacità di parlare anche a coloro che a quella storicità non sono stati, non sono o non saranno contemporanei. Perché parlare di Gesù significa innanzitutto domandarsi come possa essere che ciò che è accaduto in un dato luogo e in un dato tempo abbia la pretesa di valere per ogni luogo e ogni tempo (Balthasar avrebbe parlato di universale concretum). Parlare di Gesù significa, di conseguenza, andare a verificare quella storicità che è stata la scelta di Dio di portare la salvezza nel mondo, per tutti i secoli.

Ai dilettanti della cristologia (nel senso etimologico del termine… cioè, per coloro che si dilettano di cristologia) quello che abbiamo appena scritto sulla storicità di Gesù, sulla domanda circa la sua esistenza hic et nunc (o meglio: illic et tunc), farà riemergere alla memoria il grande dibattito tra il Gesù storico e il Cristo della fede; vicenda che ha accompagnato generazioni di esegeti (prima che e più di quanto abbia riguardato i teologi) e che di essi ha forse fin troppo occupato menti e cuori. Poco alla volta, infatti, il dibattito si è avvolto su se stesso, si è intrecciato e si è involuto tra maglie sempre più contorte e intricate: maglie strette, troppo strette; quando la missione di Gesù nel mondo è stata quella di aprire e di sciogliere. Il libro del Messori reagiva a questa storia, sebbene, a nostro giudizio, reagiva ad una storia che già mostrava la sua fase calante: quando all’interesse – così forte nei tempi del positivismo e dell’illuminismo, che facilmente era sfociato in una ricerca spasmodica di storicità nella figura di Gesù, per, infine, quella storicità negarla – era subentrata una stanchezza per quella ricerca, così dettagliata, bensì, ma così improduttiva!

Certo sarebbe ancora venuta in seguito l’opera monumentale del prete newyorkese recentemente scomparso John P. Meier (Un ebreo marginale) a rimettere in campo con dovizia di indagine e acribia non frequente la questione della storicità di Gesù. Ma oggi, la cristologia va altrove, non vuole più rimanere nelle strettoie della domanda su cosa abbia fatto o non fatto, su cosa abbia detto o non detto davvero Gesù. La cristologia accoglie il genere letterario Vangelo come la storia di una vita già passata attraverso il vaglio della fede; anzi come l’espressione più elevata della fede di una comunità che prima ha conosciuto la salvezza che Gesù porta nel mondo e poi di quella persona che porta la salvezza nel mondo ha ricercato la storia. La ragione indaga quella storia, lo fa perché ha il diritto di farlo; ma è chiamata a farlo, considerando che quella storia – per come viene attestata da quel genere letterario specifico che è il Vangelo – porta con sé le tracce della fede e la ragione, se non vuole cadere nell’ideologia, con queste tracce dovrà fare i conti.

Quello che si trova in Ipotesi su Gesù, la sua ispirazione pascaliana, la vicenda personale del Messori si pongono su questa linea. Saranno poi altri i momenti della sua successiva produzione ad essere marcati piuttosto da una maggiore cifra apologetica.

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Francesco Vermigli

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