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Posted on 2mag, 2019

Facciamo di ogni scuola una casa

copertina-Papa-Francesco-Christus-Vivit-1-350x551di Stefano Liccioli • E’ stata pubblicata lo scorso 2 aprile l’esortazione apostolica “Christus vivit – Cristo vive”, frutto del Sinodo dedicato ai giovani. Impossibile riassumere in un solo articolo tutte le preziose indicazioni e riflessioni contenute in questo importante documento. In tale sede, dunque, mi limiterò a soffermarmi su un tema, quello della scuola. Si tratta di un’istituzione imprescindibile quando si parla di educazione delle nuove generazioni, data la sua capacità d’incontrare ogni giorno così tanti ragazzi e ragazze. Papa Francesco riconosce la scuola come un luogo privilegiato per la promozione della persona, anche se ne mette in luce alcune criticità, la più importante delle quali, mi sento di poter dire, è la discrepanza che i giovani sentono di sperimentare tra ciò che viene insegnato loro a scuola ed il mondo in cui si trovano a vivere. E’ una percezione comune tra molti studenti quella di ritenere i saperi che li vengono trasmessi e le competenze che si pensa di farli acquisire come qualcosa di non molto rilevante e significativo per la vita di ciascuno di loro. Come fare per risolvere questo iato tra ciò che s’impara (o si prova ad imparare) e ciò che si vive? Personalmente credo che se consideriamo come vero il principio dell’ontologia tomista secondo cui «agere sequitur esse» (“l’agire segue l’essere”), i docenti dovrebbero essere preoccupati non solo di insegnare a sapere fare, ma in primo luogo educare gli studenti ad essere. Questo comporta un cambiamento radicale di visione del ruolo delle nostre scuole e soprattutto degli insegnanti impegnati non tanto a considerare gli alunni come dei vasi da riempire di nozioni, ma delle persone da coltivare, chiamate a scoprire la loro identità più profonda, il proprio progetto di vita. Le discipline dovrebbero essere dunque delle occasioni per aiutare i ragazzi a capire chi sono veramente, la verità su se stessi. Come afferma Papa Francesco, «lo studio serve a porsi domande, a non farsi anestetizzare dalla banalità, a cercare senso nella vita».

Per quanto riguarda l’istruzione religiosa essa, dice il Santo Padre, risulta spesso incapace di suscitare esperienze di fede durature, se si considerano i risultati della pastorale di molte istituzioni educative. «Anche le proposte religiose e morali che [i giovani] hanno ricevuto non li hanno preparati a confrontarle con un mondo che le ridicolizza, e non hanno imparato modi di pregare e di vivere la fede che possano essere facilmente sostenuti in mezzo al ritmo di questa società». Insomma, pure l’educazione religiosa non è immune dal rischio di separare le conoscenze dalla vita.

Papa Francesco ribadisce poi che la scuola cattolica continua ad essere uno spazio essenziale per l’evangelizzazione dei giovani, ma segnala il rischio di quelli istituti cattolici organizzati per conservare l’esistente:«La fobia del cambiamento le rende incapaci di sopportare l’incertezza e le spinge a chiudersi di fronte ai pericoli, reali o immaginari, che ogni cambiamento porta con sé. La scuola trasformata in un “bunker” che protegge dagli errori “di fuori” è l’espressione caricaturale di questa tendenza». Se da un parte il Papa ha ragione nel mettere in evidenza quelli che ritiene i limiti di certe scuole cattoliche, dall’altra è significativo anche precisare il difficile contesto in cui molti istituti cattolici sono costretti ad operare, Paesi, come l’Italia, dove la parità con la scuolaStrutture_aula_primaria

A mio avviso, però, l’indicazione più importante che è fornita da Papa Francesco a tutti gli operatori del settore scolastico è quella di «sviluppare e potenziare molto di più la nostra capacità di accoglienza cordiale, perché molti giovani che arrivano si trovano in una profonda situazione di orfanezza». E’ un suggerimento che sembra aver poco a che fare con la didattica, ma che è molto utile per creare un ambiente di apprendimento in cui si sentano accolti, imparino a stabilire delle relazioni autentiche animate dallo spirito di servizio, crescano nella conoscenza di se stessi e degli altri. Per dirlo in una parola, far respirare ai ragazzi un clima di famiglia:«Fare “casa” in definitiva “è fare famiglia; è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici o funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa è permettere che la profezia prenda corpo e renda le nostre ore e i nostri giorni meno inospitali, meno indifferenti e anonimi. È creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere. Una casa, lo sappiamo tutti molto bene, ha bisogno della collaborazione di tutti. Nessuno può essere indifferente o estraneo, perché ognuno è una pietra necessaria alla sua costruzione. Questo implica il chiedere al Signore che ci dia la grazia di imparare ad aver pazienza, di imparare a perdonarci; imparare ogni giorno a ricominciare”». Se far questo può non essere facile in contesti grandi ed a volte anche dispersivi come le scuole statali, sotto questo aspetto le scuole cattoliche (dato il fatto di avere un unico progetto educativo condiviso da tutti i docenti) hanno la preziosa occasione di essere un modello per tutti gli istituti scolastici: essere case che accolgono e fanno sperimentare lo spirito di famiglia.