Dio contro l’uomo? Spunti da un libro sempre attuale

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di Francesco Vermigli · Dio è forse il nemico dell’uomo? A pensarci, è quello che il serpente fa credere ai nostri progenitori nel racconto genesiaco. Più in particolare, ci chiediamo: la teologia è contro l’umanesimo? Sono, queste, le domande che sorgono spontaneamente alla lettura di un vecchio libretto – che fu rielaborazione di una precedente conferenza – recentemente ripubblicato per i tipi di Vita e Pensiero; con in testa una magistrale Presentazione per la cura di Carlo Ossola. Mi riferisco a Umanesimo e teologia di Werner Jaeger, originariamente pubblicato nel 1943; a seguito della conferenza tenuta come una delle «Aquinas Lectures», promosse a partire dal 1937 dalla «Aristotelian Society» della Marquette University. L’opera, già tradotta nel 1958, ricompare in traduzione italiana in questi mesi. Ed è una riscoperta di grande valore e che suscita le domande di cui sopra.

Werner Jaeger è autore tra i più noti tra i classicisti novecenteschi: si pensi al successo che ebbe il suo Paideia. Die Formung des griechischen Menschen del 1934. Ma in quella conferenza del 1943 tenuta negli Stati Uniti – dove si era trasferito dopo l’opposizione al regime nazista – affronta di petto la vexata quaestio se dire teologia significhi dire meno uomo; dal momento che vuol dire introdurre nell’oggetto della ricerca qualcosa che supera l’uomo, che lo trascende.

Sappiamo bene che l’umanesimo occidentale a cavaliere tra il ‘300 e il ‘400 si propone in maniera programmatica come recupero dell’antico, in faccia a quella che veniva percepita come la degenerazione medievale. Ebbe facile gioco la storiografia (in specie quella ottocentesca, positivistica e razionalistica) ad affermare che costitutivamente l’umanesimo si poneva in polemica contraddizione anche con la visione religiosa dell’uomo medievale. Ossola nelle sue pagine introduttive ricorda pagine del De Sanctis che attraggono per la parola calcata e oratoria, tanto quanto per un senso di invincibile pregiudizio che si respira in ogni dove: pregiudizio per tutto ciò che sa di cattedrali e di dispute teologiche, di devozione e di riflessioni su ciò che trascende la natura umana.

Ma la conferenza di Jaeger tratta di Tommaso e del pensiero del XIII secolo e solo questo fatto è sufficiente a far capire che siamo nell’ambito di una stagione in cui pensiero antico e pensiero cristiano si volgono alla concordia. Prima di verificare in cosa consista questa concordia, ci volgiamo ad una rapida presentazione della struttura del libro.

Dopo le pagine introduttive, il primo capitolo è dedicato a «La visione del mondo secondo san Tommaso», dove tema predominante è la verifica di ciò che Tommaso eredita dal pensiero aristotelico e la sottolineatura della grande capacità del doctor angelicus di integrare questa antica sapienza filosofica nella Weltanschauung cristiana. Il secondo è intitolato a «Il “rinascimento” del XIII secolo» che – per quanto edulcorato dall’uso delle virgolette – reca con sé l’idea che non possano essere solo il XV e il XVI secolo a rivendicare la titolarità del concetto di “rinascimento”. Del resto, la conferenza di Jaeger viene a seguito di non molti anni dalla pubblicazione in lingua inglese del celeberrimo libro di Charles Homer Haskins: The Renaissance of the Twelfth Century (l’opera è del 1927), che riconduceva al secolo ancora precedente a quello della Scolastica la categoria di rinascimento. Infine, con l’ultimo capitolo «Le due forme di umanesimo» Jaeger riflette sulla questione che ha dato origine alla conferenza: se la parola umanesimo rechi con sé una pregiudiziale anti-teologica o se invece porti con sé un irrinunciabile riferimento alla divinità.

È in queste ultime pagine che Jaeger delinea con chiarezza che neanche il pensiero greco pensa la riflessione sulla natura umana e su ciò che è creaturale come alternativa ad ogni riflessione teologica. È la linea che da Socrate porta ad Aristotele, mediante Platone, quella che – sebbene a partire da differenti visioni sistematiche – si confronta e si contrappone ugualmente allo spirito sofista. Così chiude Jaeger: «Aristotele con il suo maestro Platone, rifiutò di essere un greco di tal natura [che crede che Dio sia al di sopra della conoscenza umana] e affermò un’idea dell’uomo nella quale è compreso il divino, mostrando la via per cui l’uomo mortale può giungere a partecipare della vita eterna» (p. 106).

Il tema toccato da quella vecchia conferenza – tenuta negli Stati Uniti durante il periodo bellico, da un professore esule dalla Germania nazista – riecheggia oggi con un’attualità inaspettata. Chi è Dio per l’uomo? Dio è per l’uomo il proprio nemico, il proprio avversario? Oppure Dio è l’alleato e l’amico dell’uomo? La Scrittura non ha dubbi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16); «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). La teologia, quella vera, quella che si abbevera al Mistero di Dio, dunque, non sarà nemica dell’uomo, ma sua alleata; mostrando all’uomo di che pasta sia fatto, quando si unisce al Mistero di Cristo, l’uomo perfetto, l’uomo secondo il disegno di Dio.

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Francesco Vermigli

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