Intelligenza artificiale e scopi militari, una questione etica.

299 168 Carlo Parenti
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di Carlo Parenti · Sul il sito della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI (vedi)  è stato pubblicato – il 13 settembre u.s.- un articolo titolato “Dalla Silicon Valley al Pentagono: il dilemma etico dell’intelligenza artificiale”. Cerco di sintetizzarlo.

Vi si tratta della collaborazione tra big tech e esercito USA e si sollevano interrogativi morali e politici. Ciò in relazione al fatto “che all’inizio dell’estate, nella base militare di Arlington, un gruppo di ingegneri e dirigenti delle principali aziende tecnologiche americane ha giurato fedeltà all’esercito degli Stati Uniti, ricevendo il grado di tenente colonnello. Tra loro, il direttore tecnico di Meta e l’ex responsabile della ricerca di OpenAI. Il loro ingresso nel programma sperimentale “Distaccamento 201” segna un cambio di passo nella collaborazione tra Silicon Valley e Pentagono: 120 ore l’anno come riservisti, con funzioni di consulenza strategica su intelligenza artificiale, cybersicurezza e automazione”.

Un gesto simbolico, ma anche profondamente politico, che apre interrogativi etici e morali, dibattuti tra il sociologo, giornalista e scrittore Marco D’Eramo, per anni inviato negli Stati Uniti, e il professore associato di Filosofia Morale Matteo Galletti, docente all’Università di Firenze, esperto di etica e responsabilità delle macchine.

«Pensare che queste tecnologie siano mai state libere da preoccupazioni di difesa è pura ingenuità», ha affermato D’Eramo. «Sono tecnologie duali, come lo è stato il telefono o la radio. E le imprese statunitensi sono state aiutate selvaggiamente dallo Stato, dalla CIA, dal DARPA. Google, per esempio, ha ricevuto fondi dalla ricerca militare».

Matteo Galletti sottolinea come la capacità di autoregolamentazione della ricerca scientifica sia sempre più debole: «Quando i valori morali si intrecciano con quelli economici, il bilanciamento tende a favorire i secondi. E questo porta a un arretramento rispetto a posizioni etiche conquistate in passato».

Già nel 2018, 3000 dipendenti di Google protestarono contro il coinvolgimento in un progetto militare, costringendo l’azienda a ritirarsi. Oggi, però, sembra che la filosofia della Silicon Valley sia cambiata. Galletti parla di ethics washing: «Molto spesso, i discorsi inclusivi e morali delle grandi aziende sono semplicemente operazioni di facciata, dettate dalla convenienza politica del momento».

D’Eramo amplia la riflessione al contesto geopolitico: «Le big tech sono state agenti della globalizzazione. Possiedono i cavi sottomarini attraverso cui passa il 95% delle comunicazioni mondiali. Pensare che siano estranee alla sicurezza nazionale americana è anche questo ingenuo. E ora, con la deglobalizzazione, si adattano al nuovo corso: erano governative con Biden, ora lo sono con Trump».

La competizione con la Cina è il nuovo fronte. Ma D’Eramo invita alla cautela: «Gli Stati Uniti hanno sempre ingigantito i pericoli. Negli anni ’80 era il Giappone, oggi è la Cina. Ma gli USA controllano terra, mare, cielo, spazio, comunicazioni, moneta, economia e cyberspazio. La Cina ha solo due basi militari all’estero. Il dollaro non è sostituibile. Il confronto è ancora sbilanciato».

Sempre D’Eramo, citato da Giovanni De Mauro su ‘Internazionale’ – del 21 agosto u.s.- ha raccolto dati sulle spese militari confrontandole con quelle per l’AI.

Osserva De Mauro, “Se è presto per dire quali saranno gli effetti negativi e quelli positivi, di sicuro sappiamo che l’intelligenza artificiale sta assorbendo una quantità impressionante di soldi, soprattutto per lo sviluppo informatico e le infrastrutture (data center, reti eccetera)”.

Tra il 2025 e il 2026 sono stati spesi 4.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti 1.600 miliardi spesi tra il 2013 e il 2024. “A titolo di paragone”, spiega D’Eramo, “in tutta la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti spesero 296 miliardi di dollari di allora, equivalenti a 4.100 miliardi di dollari del 2024”.

In quella guerra gli Stati Uniti produssero più di 300mila aerei, 88mila veicoli corazzati, 124mila navi, 2,4 milioni di automezzi militari, 41 miliardi di pallottole e tre bombe atomiche (tra il 1942 e il 1946 il progetto Manhattan costò 30 miliardi di dollari attuali). L’intelligenza artificiale è finora “il più grande investimento di tutta la storia umana. Non è pensabile che governi e capitalisti stiano spendendo più che per tutta la Seconda guerra mondiale (una delle più cruente) se non per perseguire un obiettivo (politico, sociale, economico, militare) che giustifichi l’investimento”.

Il problema, nota giustamente D’Eramo, è che su questo “non c’è nessuna discussione seria. Al massimo ci si chiede se l’intelligenza artificiale sarà pericolosa o controllabile, ma sfuggono la sua portata e soprattutto lo scopo finale di tutto ciò”.  

Torneremo nel prossimo numero sull’AI, i suoi rischi, il fine di supremazia militare e culturale per controllare il mondo, il Magistero di Papa Leone XIV.

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