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Posted on 1Ago, 2015

La fraternità non è un optional, neanche nei rapporti economici

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Mons_mario_Tosodi Giovanni Campanella Nell’odierno scenario di accentuato individualismo, si ritiene molto spesso che il successo economico sia il risultato di un mix di scaltrezza, aumento e implementazione delle proprie personali potenzialità, esclusiva fiducia in tali potenzialità, velocità nell’anticipare l’altro, capacità di persuadere l’altro a una malintesa “santa rinuncia”. Inserire in questo quadro il concetto di fraternità è una stonatura forte. Al massimo, si può pensare la fraternità come concessione anti-economica in vista dell’ottenimento di “punti paradiso” da far valere nei tempi ultimi. Contrapponendosi a questa visione, il vescovo Mario Toso, già Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in un suo recente libretto intitolato “Per un’economia che fa vivere tutti” (Libreria Editrice Vaticana, 2015), accenna a considerazioni di pontefici e vescovi sull’utilità “terrosa”, palpabile, che la fraternità può (e deve) produrre. Del resto, le recenti crisi sembrano indicare che piuttosto è la mancanza di fraternità e conseguentemente l’eccesso di individualismo a produrre sensibili disutilità e danni alla collettività.

Nella Evangelii Gaudium (=EG) di Papa Francesco, Toso individua 3 messaggi principali per l’ambito economico. Il primo è che il mercato non può essere totalmente lasciato ai suoi meccanismi spontanei: è necessaria una regolamentazione. Esasperare la teoria della “mano invisibile”, ritenendo che la somma degli individualismi conduca automaticamente ad una allocazione ottimale delle risorse per tutti e probabilmente fraintendendo le originarie idee di Adam Smith, porta a effetti deleteri. Bisogna riconoscere che purtroppo esiste una forza in noi che contrasta il soffio dello Spirito: la minaccia della formazione di oligopoli e la tendenza all’abnorme concentrazione di soldi e potere in poche mani sono sempre in agguato.

In secondo luogo, la EG esorta a valorizzare la Dottrina Sociale della Chiesa (=DSC). Essa evidenzia che le relazioni interpersonali e comunitarie sono ciò su cui maggiormente l’uomo è chiamato a scommettere, traendone poi frutti anche in campo economico.

Il terzo e decisivo messaggio riguarda il nostro concetto chiave, la fraternità: la EG infatti suggerisce che «la fraternità non è una virtù da confinare nelle sacrestie o nelle chiese, ma è il lubrificante che rende le relazioni fertili, è quell’asimmetria del dono in grado di avviare percorsi di reciprocità, che rendono le interazioni umane vive e vitali» (Toso, pp. 9-10). La fraternità può trovare espressione nella prospettiva di un’economia cosiddetta “sociale”.

Alla fine del XIX secolo, già Leone XIII getta le basi dell’idea di economia sociale, pur non nominandola esplicitamente: il pontefice, pioniere della DSC, auspica un intreccio tra economia di mercato, legislazione sociale statale e forme solidaristiche fra lavoratori dipendenti e ceti popolari. Questo concetto è esplicitato chiaramente da Pio XI: c’è economia sociale «quando a tutti e singoli i soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare ai bisogni e alle oneste comodità, sia promuovere tra gli uomini quella più felice condizione di vita, che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce (cfr. S. Th., De regimine principum, 1, 15; enc. Rerum novarum, n. 27)» (Lettera enciclica Quadragesimo anno, n. 76). Pio XII mette al centro dell’economia sociale la persona nella sua globalità e relazionalità; non l’individuo, come può accadere in un certo sfrenato liberismo, né lo Stato (concepito come soverchiante Leviathan che si attribuisce una dignità superiore a quella dei membri da cui è composto), come può accadere in sistemi economici totalmente e rigidamente pianificati. Giovanni XXIII, nella sua Pacem in terris (soprattutto ai nn. 70-74), guarda con favore alla creazione di un’autorità politica mondiale che possa efficacemente controllare dinamiche di dimensione ormai globale e guidare il moto di fraterna convergenza di tutti i popoli. Dopo la Quadragesimo anno, il concetto di “economia sociale” è esplicitamente ripreso dall’enciclica Centesimus annus (=CA) di Giovanni Paolo II. Per la CA, un’economia sociale prevede la conservazione dei meccanismi positivi del libero mercato, opportunamente sorvegliato dallo Stato e dalle forze sociali, una crescita equilibrata dei vari settori e un capitalismo inteso come «sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia» (CA n. 42). Secondo la Caritas in veritate (=CIV) di Benedetto XVI, la logica del dono, espressione della fraternità, deve trovare posto entro la normale attività economica.

Se l’economia reale deve essere prima di tutto al servizio dell’uomo, lo spirito di diaconia deve allora permeare doppiamente il mondo finanziario monetario: ha poco senso una finanza non al servizio dell’economia reale. Tutta la finanza va ripensata in termini più etici. «Non basta – ricorda la CIV – che si sviluppino “segmenti” di finanza etica, come conti e fondi di investimento. E’ sempre controproducente porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio (cf. Mc 2,21)» (Toso, p. 69). D’altra parte, il denaro non va demonizzato: «Gesù non chiede a Zaccheo di cambiare il proprio lavoro, né di denunciare la propria attività commerciale; lo induce solo a porre tutto, liberamente ma immediatamente e senza discussione, al servizio degli uomini» (discorso di Papa Francesco ai membri del Consiglio dei capi esecutivi per il coordinamento delle Nazioni Unite, 10 maggio 2014 ).