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Posted on 1Ago, 2017

La Cina e il rapporto con la chiesa di Roma – Una ripresa della visita di Nixon in Cina o una speranza per il riconoscimento dei diritti umani?

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cina 2di Mario Alexis Portella • Quest’anno ricorre il 45° anniversario della visita di Richard Nixon alla Repubblica Popolare Cinese (RPC) – il primo presidente statunitense a visitare la Cina da quando le relazioni cino-americane erano state interrote nel 1949. Dopo l’incontro storico tra Nixon e il presidente cinese, Mao Zedong, gli Stati Uniti hanno abbandonato la “teoria delle due Cine”, – quella di Pechino e Taiwan – favorendo il governo pechinese. Di conseguenza, entrambi i paesi sono stati in grado di ristabilire i rapporti diplomatici, il commercio e un’alleanza contro l’Unione Sovietica. Nonostante questi risultati, molti nell’occidente speravano che la RPC riconoscesse e promuovesse i diritti naturali del suo popolo. In retrospettiva, sembra che lo scopo della politica cinese-statunitense fosse il profitto economico in modo di poter isolare ancora di più i sovietici. In modo simile, nel maggio di quest’anno il Presidente Trump – con la vendita delle armi (350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni) all’Arabia Saudita – oltre a cercare di isolare l’Iran, ha continuato la linea di Nixon: separare “l’economia” dalla “politica”, cioè lo sfruttamento economico a scapito della dignità umana.

Il mese scorso è morto, Liu Xiaobo, lo scrittore e docente cinese attivo per molti anni nella difesa dei diritti umani nella Cina. Nel 1989, sebbene si trovasse negli Stati Uniti durante le proteste in Piazza Tienanmen, tornò a Pechino per prenderne parte. Xiaobo, parecchie volte ha invocato le libere elezioni, la separazione dei poteri – come esistono in America – e soprattutto il riconoscimento della libertà dell’individuo, che doveva essere manifestato nella libertà religiosa. Il regime cinese l’ha accusato di incoraggiare la sovversione del potere statale, per cui è stato incarcerato nel 2009. Prima di morire in prigione per un cancro al fegato, Xiaobo perdonò i suoi persecutori e anche i suoi carcerieri dicendo: «Non ho nemici e nessun odio».

Le circostanze della morte di Xiabo sono state commiserate in tutto il mondo. Tuttavia, la risposta dell’America è stata relativamente debole. La Casa Bianca rilasciò una breve dichiarazione dicendo che il presidente Trump era «profondamente rattristato» dalla notizia della morte di Xiaobo, notando che era «un poeta, uno studioso e coraggioso sostenitore» che abbia «dedicato la sua vita al perseguimento della democrazia».

Molti hanno affermato che l’affermazione della Casa Bianca è stata sottovalutata dai commenti che Trump aveva fatto alcune ore prima dello stesso giorno. Durante una conferenza di stampa a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, Trump viene chiesto un giornalista che cosa pensasse personalmente di Xi Jinping. Trump rispose: «Be’, è un mio amico. Ho grande rispetto per lui. Ci siamo conosciuti molto bene. È un grande leader. È un uomo molto talentuoso. Penso che sia un uomo molto buono. Posso dire che egli vuole bene alla Cina. Vuole bene alla Cina. Vuole fare ciò che è giusto per la Cina».

Xi Jinping è stato il leader della RPC dal 2013 e ha supervisionato il paese durante quattro anni di detenzione di Liu Xiaobo. Gli attivisti dicono che sotto Jingping, lo stato cinese è diventato più repressivo, minacciando tutti quelli che cercano di promuovere la democrazia in Cina. Anche se Trump ha spesso criticato la RPC per le sue politiche commerciali e per i rapporti economici con la Corea del Nord, egli è stato reticente nel criticare gli abusi dei diritti umani in quel Paese.

Alcuni mesi fa’, la Sede Apostolica ha realizzato un accordo con il governo di Pechino in cui la chiesa cattolica è legittimamente riconosciuta come un ente autonomo e religioso; lo Stato mantiene l’autorità di nominare i vescovi – il Romano Pontefice deve ovviamente confermarli. Questo patto è stato condannato dall’Arcivescovo Emerito di Hong Kong, il cardinale Giuseppe Zen. Egli fu il primo cardinale della Cina ed era il consulente principale di Papa Benedetto XVI nelle relazioni tra la Cina e il Vaticano. Durante un’intervista con Polonia Cristiana, Zen aveva detto: «[L]a Santa Sede sta adottando una strategia sbagliata. Sono troppo desiderosi di dialogare, di dialogare in modo da dire a tutti di non fare rumore, ospitare, compromettere, obbedire al governo … Danno potere decisivo al governo … come può essere data l’iniziativa di scegliere i vescovi a un governo ateo»?

Le preoccupazioni di Zen si possano condividere. Bisogna ricordare che questa non è la prima volta che la Chiesa cerca di sistemarsi giuridicamente davanti a un governo “totalitario”, ad esempio, quando la Santa Sede cercava di risolvere la “Questione Romana”. Essa fu risolta nel 1929 quando il papa Pio XI e Benito Mussolini hanno trovato una soluzione con i Patti Lateranensi, i quali hanno riconosciuto il Vaticano come uno stato sovrano e indipendente.

Non c’è dubbio che il governo della chiesa cattolica sotto il Vescovo di Roma, papa Francesco, cerca di lottare anche per i diritti dei cinesi che non sono cattolici. Anzi, quello che il Cardinale Zen non fa risaltare è che il patto tra la Cina e la Sede Apostolica fu iniziato dal papa Benedetto XVI. È stato papa Ratzinger a revocare le facoltà speciali concesse dal papa Pio XII ai vescovi “clandestini” nel 1955, il che è un riconoscimento del governo attuale. Questo serve a ricordarci quello che il Pontefice-Emerito scrisse ai cinesi cattolici nel 2007: “Per quanto concerne poi i rapporti tra la comunità politica e la Chiesa in Cina, giova ricordare l’illuminante insegnamento del Concilio Vaticano II che dichiara: «La Chiesa, che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, non si identifica in nessun modo con la comunità politica e non è legata a nessun sistema politico, è ad un tempo segno e tutela della trascendenza della persona umana». Pertanto, anche la Chiesa cattolica che è in Cina ha la missione non di cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato, bensì di annunziare agli uomini il Cristo, Salvatore del mondo, appoggiandosi — nel compimento del proprio apostolato — sulla potenza di Dio.”

Papa Bergoglio, oltre a sapere che il comunismo in Cina non crollerà dalla notte alla mattina, si è mosso in modo pragmatico: che i cattolici cinesi abbiano una stabilità, e questo è già una vittoria! Nonostante le “giuste” preoccupazione del Cardinale Zen e le critiche di altri, non si può paragonare la relazione tra il Vaticano e la RPC a quelle di Nixon e Trump con il governo pechinese, come tanti dicono senza conoscere la genesi dei fatti.
Durante una intervista con Asia Times nel 2016, il Vescovo di Roma ha paragonato il dialogo vigente tra la Santa Sede e la Cina a quella di Matteo Ricci, il gesuita accolto dai cinesi come un saggio elargitore di scienza e saggezza all’inizio del XVII secolo: «Ricci ci insegna che è necessario entrare in dialogo con la Cina, perché essa è un’accumulazione di saggezza e di storia. È una terra benedetta da molte cose. E la Chiesa cattolica, che ha tra i suoi doveri quello di rispettare tutte le civiltà, davanti a questa civiltà, io vorrei dire che ha il dovere di riservarle un rispetto con la “R” maiuscola». Detto questo, con l’apertura continua di papa Bergoglio, le autorità del Vaticano hanno onorato, almeno in modo indiretto, la memoria di Liu Xiaobo e altri difensori della dignità umana.