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Posted on 1Ago, 2017

Unione ipostatica e escatologia. Il delinearsi della visione di Balthasar in un saggio del ’54

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Screen-Shot-2016-07-18-at-9.54.53-AMdi Dario Chiapetti Il 12 agosto 2005, in occasione dei 100 anni dalla nascita di H.U. von Balthasar, furono pubblicati due saggi inediti del giovane teologo svizzero che ora vengono presentati per la prima volta al pubblico di lingua italiana: Escatologia nel nostro tempo. Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo (Queriniana, Brescia 2017, 119 pp.).

Questi due scritti rivestono grande importanza, essi permettono di venire in contatto con le prime intuizioni e trattazioni circa tematiche sulle quali Balthasar tanto si concentrò successivamente e così ricostruirne gli sviluppi. Tali temi sono riconducibili alla più vasta prospettiva rappresentata da quell’ambito della riflessione teologica che è l’escatologia o, meglio, dalla dimensione escatologica della teologia, o, ancor più precisamente – come cercherò di accennare in questa sede, riferendomi soprattutto al primo dei due saggi, Gedanken zur Endlehre. Ein Vortrag (pubblicato poi come Eschatologie in surserer Zeit) – dalla dimensione escatologica della cristologia e, nella fattispecie, dell’evento dell’incarnazione. È questo un aspetto teologico che Balthasar ha colto e che, unitamente alla – o, in virtù della – sua cristologia trinitaria sviluppata successivamente, ha segnato un passo di tutta la riflessione teologica.

Ma brevemente, quali sono i punti salienti del saggio in questione?

Unitarietà dell’uomo e brutalità della morte. Balthasar presenta la morte come termine della vita e perciò nel suo volto brutale che contrasta con le presentazioni che nella storia sono state offerte a partire da tentativi di addolcimento come quelli operati dalla magia, dal platonismo, dall’aristotelismo/stoicismo e dai quali la riflessione teologica lungo il suo percorso ha in vario modo attinto. Tale visione scaturisce dalla concezione antropologica unitaria biblica per la quale l’uomo è un’unità di anima e corpo e ogni evento che gli si presenta riguarda tutto sé.

Cristocentrismo e incarnazione. Tutto l’uomo muore e tutto l’uomo è risuscitato unicamente e totalmente da Dio e, in particolare, in Cristo. Tale cristocentrismo è fondato sulla base del valore teologico riconosciuto all’evento dell’incarnazione e che trova nella passione, discesa agli inferi e risurrezione il suo momento culminante.

Tempo ed eternità. Proprio nell’evento incarnatorio, Balthasar individua la chiave ermeneutica con cui intendere la relazione tra tempo ed eternità, termini escatologicamente significativi, superando le concezioni che li vedeva in opposizione, o in successione cronologica, tra loro. A motivo dell’incarnazione non solo l’eternità è entrata nel tempo ma anche il tempo nell’eternità. Quest’ultima si rende disponibile all’uomo come compimento del tempo che egli vive e Dio si rivela come il Dio dell’eterno e libero atto di comprendere ed esperire.

Tralasciando la lettura profondamente teologica della morte di Cristo e la visione, originale e discussa, del suo descensos ad inferos, pongo l’attenzione sulla riflessione di Balthasar circa l’incarnazione, ripercorrendo i passaggi, a mio avviso, più significativi del suo saggio.

Il tentativo di superare i vicoli ciechi di un’escatologia cosmologica, così come la Scolastica ha consacrato, porta Balthasar a concentrarsi su Cristo quale vertice dell’autorivelazione di Dio, e con ciò sul carattere di unitività cristologica, o meno, delle realtà degli éschata.

Il teologo svizzero muove il suo discorso dal piano antropologico, egli riflette sull’uomo come spirito-persona (Geistperson), unità di corpo e anima, e sulla sua generazione quale atto che deriva dalla procreazione parentale (non relativa al solo corpo) e da una immediata azione di Dio (non relativa alla sola anima), mistero per il quale «i genitori generano il bambino nella mano creatrice di Dio» (p. 28).

A gettare luce su tale mistero, in virtù del principio dell’analogia entis, è proprio l’incarnazione: «il mistero della trascendenza d’origine dell’uomo acquista il suo compimento insuperabile nella completa unione ipostatica: secondo l’intenzione divina l’uomo nasce per Cristo, per il suo inserimento in lui come membro del suo corpo mistico. Questo membro viene prodotto dall’unità indissolubile di un atto produttivo umano e divino […] un legame che però già rimanda in avanti, verso una meta ultima ed esuberante in questa creazione concreta: verso l’unione tra natura umana e divina in Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio» (pp. 29-30).

A questo punto Balthasar porta avanti il suo discorso: «E se l’uomo che nasce in quest’ordine, nell’unione tra natura e spirito, diventa spiegabile alla fine come un essere in cammino verso l’incarnazione di Dio in Cristo, anche l’uomo che muore è spiegabile nel suo morire andando alla natura e a Dio come un essere in cammino verso la “risurrezione della carne”, che andrebbe molto meglio qualificata globalmente come risurrezione dell’essere umano» (p. 32). Per Balthasar l’unione ipostatica delle due nature in Cristo è compresa in termini non estrinseci e illumina – e informa – l’unione di natura e spirito dell’uomo.

Infine, l’accesso dell’uomo all’éschaton è aperto da Cristo che al primo offre un «nuovo spazio in Dio». Scrive Balthasar: «nell’unione ipostatica si compie questa realtà fondamentale, che le cose temporali ricevono una possibilità di esistenza, anzi una giustificazione e sono recuperate all’interno della vita eterna di Dio» (p. 35).

Unione, integrazione, morte, risurrezione. Il presente saggio mostra bene come grazie alla riduzione cristologica degli enunciati escatologici Balthasar inizi a pervenire a una comprensione che dia maggior risalto alle suddette categorie che più direttamente cercano di recuperare le prospettive scritturistiche e meglio integrare quelle elaborate dalla filosofia, dall’antropologia e dalla scienza contemporanee. E ciò a partire – è il secondo guadagno di Balthasar – dall’aggancio dell’antropologia alla cristologia e, per la precisione, all’unione ipostatica che funge così da chiave ermeneutica, sia livello esplicativo che ontologico, per la comprensione dell’uomo, a partire dalla sua generazione, dalla sua metafisica e dal suo futuro, l’unione con Dio in Cristo.

Sicuramente i contenuti del presente saggio permettono di aprire ulteriori riflessioni sulle quali Balthasar e tutta la teologia ha mosso e sta muovendo passi: una presentazione più approfondita del carattere di personeità dell’escatologia che qui rimane perlopiù compresa a partire dal discorso sulle nature di Dio e dell’uomo, e perciò non ancora personologicamente esplicata a sufficienza, né a livello trinitario né antropologico; una più esatta specificazione di come intendere l’unione ipostatica, e con ciò la fondazione del discorso in un’ontologia relazionale di unità e alterità; e l’affronto della modalità di unione tra l’uomo e Dio in Cristo, ovvero l’aspetto ecclesiologico-sacramentale, qualificante, dell’antropologia.