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Posted on 1Feb, 2015

La Chiesa si intende di economia

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borsa1di Leonardo Salutati • Anche per Papa Francesco si registra quanto già accaduto per i suoi predecessori. Le reazioni alla sua esorta­zione apostolica Evangelii gaudium del Novembre 2013, sono state molto divergenti. Da un lato, in tutto il mondo, l’entusiasmo per la forza del messaggio di speranza e di giustizia sociale, per la sua critica alla moderna dittatura di una eco­nomia senza volto né anima (EG 55), dall’altro reazioni di «grande irritazione» con accuse al Papa di essere «Marxista», «confuso», insieme al tentativo di sminuire la portata del suo messaggio, sostenendo che in realtà di economia non ne capisce niente. Da un certo di punto di vista la cosa è persino ovvia, perché non si sa bene cosa sia la Dottrina sociale della Chiesa e non si è in condizione di cogliere la portata delle sue affermazioni.

La Dottrina sociale della Chiesa è prima di tutto la traduzione dell’annuncio cristiano in termini di comportamento e di scelte dei cristiani nel mondo, sia come singoli che come comunità ecclesiale, ed appartiene all’ambito della teologia morale. Non bisogna mai dimenticare questo orizzonte quando si esaminano le indicazioni politiche, economiche o sociali dei documenti del magistero sociale, perché quando lo si dimentica si finisce poi per emettere giudizi approssimativi e inappropriati.

La Dottrina sociale della Chiesa contiene anche concetti, elementi, dati, prodotti dalle scienze sociali che possono essere condivisi da tutti, anche dai non credenti. Ma ciò non significa che queste conoscenze non siano interpretate alla luce della fede cattolica. È su questo aspetto che sorgono i possibili equivoci da parte di chi prescinde da questo più ampio contesto, accostandosi alla Dottrina sociale della Chiesa come se non fosse “della Chiesa”.

Purtroppo gli equivoci sorgono spesso anche tra i fedeli cattolici, perché i testi del magistero sociale hanno bisogno di essere accompagnati da una paziente opera educativa, con un percorso coerente all’interno dei documenti del Magistero che non sempre è bagaglio del lettore.

La Dottrina sociale della Chiesa, infatti, ha per scopo l’evangelizzazione e non primariamente aspetti tecnici che riguardano la vita sociale, che sono conseguenza di questa primaria sollecitudine. Il suo ambito di riflessione è ben definito e non è riducibile ad alcun sistema di pensiero. Bisogna sempre ricordare che «non è una terza via» tra sistemi economici e di pensiero diversi ma «essa costituisce una categoria a sé» (SRS 41).

In realtà Papa Francesco dimostra di intendersi non poco di economia. Ne è un esempio la sua critica alla teoria della ricaduta favorevole, in dottrina nota come trickle down theory. In termini economici si parla di ricaduta favorevole, a favore dei percettori di redditi bassi, dei vantaggi fiscali accordati dallo Stato ai percettori di redditi alti. Più banalmente, tale teoria presuppone che un mercato dinamico e in crescita grazie allo sgravio fiscale, sia in grado di produrre effetti positivi per tutti, anche per coloro che non operano immediatamente sul mercato ma che, grazie alla dinamicità di quest’ultimo, potranno essere inclusi e partecipare a loro volta della crescita: una sorta di effetto traino.

La realtà, purtroppo, è diversa e Papa Francesco denuncia la falsità di questa tesi mai confermata dai fatti (EG 54), che favorisce un’economia dell’esclusione (EG 53) e sviluppa una globalizzazione dell’indifferenza (EG 54). Il Papa, inoltre, invita a chiedersi se, pur essendo vero che l’aumento di ricchezza globale avvantaggia anche i poveri, è moralmente accettabile quanto è accaduto nel corso dell’ultimo trentennio a chi si è trovato verso il fondo della scala sociale il quale, pur migliorando la propria posizione di benessere, ha visto aumentare la distanza che lo separava dal gruppo sociale di testa. La globalizzazione, infatti, ha certamente diminuito la povertà assoluta – quella di chi mette assieme meno di due dollari al giorno, in media – ma ha accresciuto in modo preoccupante il numero dei poveri relativi, ossia di chi ottiene meno della metà del reddito pro capite prevalente nella comunità di appartenenza.

I recenti dati statistici (gennaio 2015) di Oxfam International rivelano che nel 2014, l’1% più ricco della popolazione mondiale possedeva il 48% della ricchezza globale. Il restante il 52% di ricchezza, posseduto dal 99% di individui sul pianeta, appartiene quasi totalmente al 20% più ricco; solo il 5,5% resta nella disponibilità dell’80% di popolazione mondiale. Inoltre, se la tendenza di crescita a favore dell’1% più ricco continuerà con l’andamento attuale, entro il 2016 l’1% più ricco possiederà una quota di ricchezza che supererà il 50%, con una enorme diseguaglianza sociale.

Il moderno sistema economico globale liberista è infatti capace di sospingere la crescita economica, ma non è altrettanto capace di gestirne le conseguenze negative, dovute all’elevata asimmetria temporale tra la distribuzione dei costi della crescita e quella dei benefici. I primi sono immediati e tendono a ricadere sui segmenti più deboli della popolazione; i secondi richiedono più tempo e vanno a beneficiare i soggetti relativamente più forti.

Di qui l’insistenza del Papa sul principio di fraternità (EG 71; 87) che deve trovare un posto adeguato dentro l’agire di mercato e non fuori, come vuole un certo capitalismo. Merita ricordare al riguardo che Evangelii gaudium, perfettamente nel solco della tradizione economica cristiana, non condanna la ricchezza come tale, né si dichiara a favore del pauperismo, come qualche commentatore frettoloso ha scritto , ma ripropone con forza il principio guida della destinazione universale dei beni (EG 181), della solidarietà e della priorità del lavoro sul profitto.