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Posted on 1Gen, 2017

Identità reciprocanti

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fig_1-450x231di Alessandro Clemenzia • Numerose sono le ricerche e i manuali di antropologia teologica che continuano a esserci proposti, col fine di raggiungere un sempre più profondo e interdisciplinare approfondimento della natura dell’uomo, assumendo, da un lato, quanto la lunga e ricca tradizione ecclesiale ha trasmesso, dall’altro, le costanti provocazioni che provengono dal mondo della scienza e della tecnica. Ed è proprio sulla scia di questo tentativo teologico che può inserirsi il testo di Antonio Bergamo, intitolato Identità reciprocanti. Figure e ritmica di antropologia trinitaria (Città Nuova, 2016).

Articolato in modo incalzante e attraverso una rigorosa analisi di quei testi ritenuti necessari per l’approfondimento della ricerca, questo volume offre un valido contributo su come affrontare la sempre aperta questione dell’identità personale, tenendo conto sia del principio dell’individualità, sia dell’innegabile componente relazionale che rende l’individuo una persona. L’Autore si è imbattuto in questa non facile avventura partendo dallo studio di tre autori contemporanei, non tutti ancora così approfonditi in ambito teologico: Marίa Zambrano, Giuseppe Maria Zanghì e Joseph Ratzinger. Attraverso l’articolazione dei punti nodali del loro pensiero, Bergamo ha proposto quella che viene qui denominata “una ritmica trinitaria dell’identità personale”.

Senza voler entrare nel contributo dei tre autori menzionati, basti qui sottolineare lo spessore teologico di questa ricerca, che muove all’interno di una panoramica attuale; scrive l’Autore: «L’io è nomade, oggetto di una ipotesi e di una affannosa ricerca. Ogni alterità è recisa. Esiste solo una pura autoreferenzialità che tuttavia sembra non condurre […] alla propria identità più profonda, quella in cui ci si sente a casa» (p. 14). Ed è dal di dentro di questo scenario che può scaturire una domanda che vuole individuare i criteri fondamentali per recuperare una dimensione “integrale” dell’identità, attraverso una sua vera e propria ri-semantizzazione. Se l’auto-referenzialità, da cui Papa Francesco più volte ha messo in guardia, non conduce l’uomo alla scoperta della propria identità, allora quest’ultima deve chiamare in causa «un concetto di relazione che rinvia a se stessi e, al contempo, alla distinzione rispetto a ciò che è altro» (p. 14).

L’identità personale, ciò che di più individuale possa esserci in quanto caratterizza il singolo rispetto agli altri, ha di per se stesso una struttura relazionale: «Nel naufragio postmoderno la persona finisce col vivere da annegata nella propria solitudine nel momento in cui perde di vista l’orizzonte dell’alterità» (p. 328). Da questa consapevolezza che scaturisce dall’esperienza (in quanto è determinata dallo status quo dell’autocoscienza odierna), continua Bergamo, «s’impone pertanto l’esigenza di una nuova navigazione, come esperienzialmente e intellettualmente anche i nostri autori hanno colto, e al contempo matura la consapevolezza che la notte non è semplicemente ciò che segue al tramonto della luce, ma è anche ciò che precede i chiarori dell’aurora» (p. 328).

Lì dove sembra volgere al termine il discorso sull’apporto teologico che può scaturire dal rapporto fra i tre pensatori attraverso l’individuazione di un unico filo conduttore, l’Autore propone, come possibile orizzonte ermeneutico dell’identità, l’ontologia trinitaria. In questa luce la valenza del singolo io non soltanto è offerta dal tu, vale a dire dall’altro (in assenza del quale il singolo io non può arrivare ad un’integrale conoscenza del sé), ma anche a partire dal noi: una comunanza primordiale all’interno della quale l’io e il tu scoprono ciascuno la peculiarità del proprio essere nell’altro, e scoprono l’altro come parte integrante del proprio essere.

Nel momento in cui il noi diventa luogo ermeneutico dell’io e del tu, la reciprocità si presenta come criterio interpretativo e paradigma dell’intelligere: il noi diviene il luogo abitato dall’identità dell’io in relazione al tu, dove l’uno è parte dell’altro, rimanendo se stesso. Per una corretta formulazione di questo impianto antropologico, sempre aperto e dinamico, mai concluso e definitivo, si è vista la necessità dell’aiuto di un’ontologia trinitaria che funga da occhio prospettico per cogliere il “soggetto” nel suo essere “persona”: «L’identità personale, il diventare-persona del soggetto, si mostra non semplicemente come da-sein, ma come un certo tipo di mit-sein, come partecipazione al ritmo comunionale e pericoretico dell’essere scaturente e attingibile da quell’Origine di segno molteplice che è il Dio Uni-Trino» (p. 350).

È a partire da questo orizzonte trinitario dischiuso dall’evento cristologico che Bergamo recupera il significato e il valore paradigmatico della reciprocità nell’antropologia, tanto da affermare che «l’antropologia teologica è nel suo nerbo più profondo una antropologia trinitaria poiché coglie l’uomo nel luogo della sua più autentica realizzazione» (p. 359).