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Posted on 1Lug, 2016

I “beni comuni” (commons) e la sfida climatica

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GERMANY - FILES/THYSSES STEEL FACTORYdi Leonardo Salutati Nella Laudato si’, in relazione agli oceani, al clima e all’atmosfera, il Papa introduce il concetto di beni comuni (cf. LS 23 e 174), diverso da quelli ben conosciuti di beni privati rivali ed esclusivi – e di beni pubblici non rivali e non esclusivi (un bene viene detto rivale quando il suo consumo da parte di un soggetto riduce le possibilità di consumo da parte di altri, ed è esclusivo se è possibile escludere dal suo utilizzo coloro che non hanno pagato per averlo o per accedervi). Infatti si conoscono fin dall’antichità anche i beni comuni (commons): non rivali ed esclusivi (es. autostrade, spettacoli e produzioni artistiche) oppure rivali, non esclusivi (es. zone di pesca, pascoli).

I mercati, di solito, si occupano solo di beni privati, gli Stati solo di beni pubblici, ma oggi è necessario ed urgente costruire e attivare in un sistema di regole condivise in grado di governare almeno alcuni beni comuni. Un bene comune infatti non può essere semplicemente considerato “naturale” e lasciato a se stesso, perché senza regole e controlli collettivi finirà per diventare privato. Affinché un processo di attivazione di regole riguardanti i beni comuni possa effettivamente realizzarsi, è necessario prevedere l’osservanza di alcuni principi. Primo fra tutti la reciprocità per evitare sia il pericolo di accaparramenti che la passività di utenti poco coinvolti, ma anche per favorire un efficacia economica maggiore rispetto a quella garantita dalla logica della ricerca dell’interesse egoistico dei singoli (come è stato dimostrato dai più recenti modelli della teoria dei giochi). Il secondo principio chiave è quello della sussidiarietà che prevede, ove possibile, la delega delle decisioni dai livelli superiori a quelli più vicini ai cittadini. Quest’ultimo principio, che ha le proprie radici nel pensiero sociale cristiano già a partire da San Tommaso d’Aquino, è stato riproposto in ambito economico dalla Elinor Ostrom (premio Nobel dell’economia nel 2009 grazie al suo contributo alla “governance delle risorse collettive”), perché svolge un ruolo decisivo nella preservazione dei beni comuni.

Prendersi cura dei beni comuni significherebbe, da parte di tutti, cittadini e responsabili delle istituzioni, prendere atto di quello che abbiamo ricevuto in dono (comune viene da: cum munus). In particolare alle istituzioni sono richieste politiche capaci di interporsi tra la proprietà privata e il collettivismo, per riscoprire la categoria dell’uso (diversa da quella diproprietà), ben presente al pensiero sociale cristiano. San Tommaso parlava delle due facoltà che ha l’uomo sui beni esterni: quella di procurarli e amministrarli e quella di usarli, in modo però non esclusivo e sempre coltivando la disponibilità a partecipare largamente nelle altrui necessità (cf. Sth II/II q. 66) e la Scuola francescana insegnava che non è la proprietà degli alimenti e dei vestiti a conservare la natura, ma l’uso; pertanto è possibile sempre e dovunque rinunciare alla proprietà, ma all’uso mai e in nessun luogo (Ugo Di Digne).

L’invito di Papa Francesco nella Laudato si’ a riconoscere lo status di beni comuni globali all’atmosfera e al clima non è banale, perché tale riconoscimento potrebbe anche avere conseguenze legali a livello internazionale. Nel caso, ad esempio, che il clima e l’atmosfera fossero minacciati, ne deriverebbe l’obbligo di tutela. Alcune Parti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP) sembrano aver temuto proprio questo se nel V Rapporto di Valutazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) del 2014, si sono rifiutate di riconoscere il cambiamento climatico come problema riferito a un “bene comune”. In una nota a pie’ di pagina ci si preoccupa di ricordare che attribuire il concetto di “bene comune” alla questione del clima non ha alcuna implicazione per un accordo mondiale o per stabilire criteri di ripartizione internazionale degli oneri per la tutela del clima.

Tuttavia di fronte agli epocali problemi ambientali di oggi, non è più sufficiente una morale dell’onestà individuale, ma è urgente riscoprire la dimensione collettiva dell’esigenza etica; non è sufficiente rispettare le regole del gioco ma dobbiamo imparare a riscriverle quando sono palesemente ingiuste (Gael Giraud). L’impellente compito delle autorità oggi è quindi di avviare, attraverso meccanismi di concertazione e di negoziazione, quei programmi di governance ecologica che permetteranno alla comunità internazionale di affrontare adeguatamente la complessa sfida del clima lanciata in modo irrevocabile, che ormai interpella tutti con urgenza.