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Posted on 1Mar, 2016

“Il muro e la porta. Esclusione ed accoglienza nelle pagine della Bibbia” di Gianfranco Ravasi

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Cardinale-Gianfranco-Ravasi-11di Dario Chiapetti Accoglienza ed esclusione: nozioni che costituiscono il centro di problematiche attuali sia a livello sociale che politico che economico. Dietro ad esse si cela in realtà la questione circa la tensione dialettica tra universalità e particolarità come elemento che struttura lo statuto identitario di qualsiasi realtà umana la quale, in forza del suo essere ed esserci, risulta, in ogni caso anche se secondo vari gradi, determinata di per sé dalla relazione con l’altro da sé. Il problema è quindi innanzitutto antropologico, per la fede cristiana poi la questione è riconducibile a sua volta al piano teologico, concerne l’essere di Dio stesso.

Il muro e la porta. Esclusione ed accoglienza nelle pagine della Bibbia (EDB 2015) di Gianfranco Ravasi offre una lettura delle nozioni di accoglienza ed esclusione in Dio e in Israele ripercorrendo gli snodi più significativi della storia biblica.

L’inizio stesso della Bibbia, che si apre col racconto della creazione, presenta Adamo, l’uomo, come il soggetto-destinatario della Parola di Dio: l’uomo (!) è il protagonista, insieme a Dio, di tutta la vicenda biblica. Nel racconto della creazione di Adamo ed Eva poi si evince che è l’uomo nella sua capacità di apertura, relazione e amore ad essere immagine di Dio e “non il simulacro che costruiscono i vari popoli”. Noè è un non ebreo, e colui col quale Dio stipula un’alleanza universale “per tutelare la realtà creata, quand’anche sia grande la marea di iniquità dell’umanità”. Con Abramo assistiamo ad un’elezione particolare da parte di Dio che gli permette di entrare nella storia. L’elezione è certo una benedizione, ma per uno scopo missionario: “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 18,18). Il particolarismo serve a Dio per far sì che il suo piano abbracci l’universale. A Mosè Dio dice: “voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli perché mia è tutta la terra” (Es 19,5-6). Da ciò Ravasi deriva l’aspetto capitale che concerne il modo di vivere la propria elezione particolare e lo slancio missionario: “proprio perché Dio è voluto passare attraverso di noi, bisogna che non solo mostriamo agli altri la luce, ma comprendiamo e raccogliamo in unità anche le altre luci che stanno sorgendo“. Nei libri storici incontriamo Naaman e Alchior, due stranieri testimoni di Dio (cf 2Re). I profeti, dal canto loro, rappresentano la voce critica verso le visioni ristrette di Israele. Isaia si scaglia contro ogni rigore etnocentrico: a Sion affluiranno tutte le genti (cf Is 2,2); l’egiziano è popolo di Dio e l’assiro opera delle sue mani (cf Is 19,18-25). Sempre in Isaia troviamo la figura del Servo del Signore la cui missione era quella di annunciare la salvezza al mondo. In Ml 1,11 si legge “grande è il mio nome [di Dio] tra le genti”. Caso curioso è Giona: viene mandato a convertire la città maledetta di Ninive, gli abitanti si convertono ed egli si irrita e si lamenta con Dio mostrando “la grettezza di una mentalità chiusa e integralista, che non è contenta di vedere che il privilegio della santità venga condiviso anche da altri”. La letteratura sapienziale adotta gli insegnamenti dei popoli circostanti e li inserisce nel tesoro della rivelazione di Dio. Vi è la convinzione che il mondo greco possieda i germi della parola divina: non solo si ammette che Dio pensi anche agli altri ma che sia già presente in essi.

Israele comprende che Dio lo educa: all’esclusione rituale di Lv 11-16 si contrappongono i moniti di Es 20,10 (anche il forestiero ha diritto al riposo sabbatico) o di Is 56,6-7 (il tempio di Sion è “casa di preghiera per tutti i popoli”); all’esclusione sociale di Gen 17,14 (il non circonciso deve essere eliminato dal popolo) si contrappone l’indicazione di Lv 19,33-34 (“amerai il forestiero come te stesso”).

Il NT fa fiorire questo respiro universale. Gesù non solo si interessa ai lebbrosi, considerati maledetti, ma li tocca (cf Mc 1,40-44), diventando per gli ebrei anch’egli impuro e da espellere dal popolo. Gesù si fa escluso, l’esclusione diventa il luogo di Gesù. Egli mostra in sé quel superamento della ristrettezza ebraica: in Mc 7,24-30 è inizialmente restio a operare un miracolo in favore della figlia della donna siro-fenicia ma cede di fronte alla manifestazione della sua fede. Con Paolo assistiamo ad un passo ulteriore nella comprensione dell’essere di Dio: “non c’è più soltanto la grande strada di Israele, ma anche quella dei greci, dei pagani e dei gentili che, chiamati anch’essi all’elezione di Dio, sono la nuova voce rispetto a Israele”. Cristo ha abbattuto il muro di separazione che era tra i pagani e gli ebrei (cf Ef 2,14). Ecco toccato il vertice rivelativo sulla costituzione aperta e pericoretica di Dio e dell’uomo: Cristo è il “luogo” in cui le alterità si incontrano e vengono rese “uno” (cf Gal 3,28), anzi, il suo corpo è il luogo che si forma nell’incontro tra le alterità. Nell’apertura, l’unità.