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Posted on 1Nov, 2015

Ognissanti

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SANTIdi Carlo Nardi Novembre, Ognissanti. «La dolcezza amara» (G. Giusti). Eccomi con alcuni pensieri, piuttosto strampalati, buttati giù per iscritto per le ricorrenze d’Ognissanti e dei Defunti nell’ultimo scampolo di anno liturgico prima dell’avvento. Fin dalla sera dei Santi c’era il mattutino dei morti e poi, per tutta l’ottava dei Morti, di prima mattina la messa, anzi le messe. Prevaleva il nero del lutto nei parati per funzioni bigie come la stagione, favorevole peraltro al pensiero delle cose ultime ed eterne. Ma non solo: Ti ricordi la sera dei Santi, quando la mamma si mise a dormire …? canterellava lui a lei, con accenti piuttosto birichini, un secolo fa nei nostri paraggi, quasi a compensare con una vitalità immediata il mortorio incombente. Intanto, sul canto del fuoco, una pentola d’acqua bofonchiava, facendo sobbalzare le ballotte, appunto sballottate. Usanza gradevole insieme alle pie consuetudini, tra vespri e appetitose castagne, in sommessa compagnia.

E quella bisbigliata compagnia mi fa venire in mente i saluti che san Paolo indirizzava ai cristiani di Roma a conclusione della sua letterona (cap. 16) con tutti quei nomi, con tanti volti, con tanti umori, quelli dei personaggi sui quali mi s’è sbrigliata, e non di poco, la fantasia.

C’è Febe, a quanto pare, latrice a Roma del lungo scritto dell’apostolo. È una signora energica che sa quello che vuole, ha responsabilità di presidenza, è un ‘diacono’ della comunità, della chiesa. Veniva da Cencre, il porto di Corinto, porto di mare in tutti i sensi, e lei non doveva aver problemi a mettersi in mare.

E Febe chi ci trova a Roma? Aquila e Prisca, detta anche Priscilla. Lui e lei erano marito e moglie. Paolo li aveva conosciuti ad Efeso. Vi erano arrivati da Roma: l’imperatore Claudio li aveva espulsi dalla capitale, come aveva fatto con gli altri ebrei. Ad Efeso si erano fatti cristiani. Erano poi ritornati a Roma. Era cambiato l’imperatore, e i primi anni di Nerone non furono male. A casa loro si riunisce la comunità cristiana per il culto di Dio: quell’ampia dimora sarà poi, terzo secolo, un titulus pubblico, si direbbe una parrocchia? Una basilica? Di questo esito non c’è alcun documento certo. Ma succedeva in molti casi: perché tutto può avere origine da una ospitalità generosa.

Ecco poi un certo Epèneto che veniva dall’Asia, s’intende dalla provincia d’Asia che includeva le città sulla costa dell’Egeo. Forse Paolo l’aveva conosciuto a Efeso o a Mileto o a Troade. Cent’anni dopo i nipoti dei nipoti, insieme ad altri nuovi arrivati, dovevano formare una comunità, una specie di parrocchia, raccordata col vescovo, ossia – si era a Roma – col papa, ma con usi propri anche nel celebrare la pasqua.

E ci sono molti altri volti. Quei personaggi sono rilevanti: si stagliano rispetto a gruppi di cristiani, gruppi forse identificati a seconda dei proprietari della casa in cui si riuniscono, come in quella di Aristobùlo e Narciso, nomi da aggiungere nell’indirizzario dei punti di incontro nei quartieri dell’antica Roma. Ci sono poi Andronìco e Giunia, probabilmente marito e moglie, “apostoli prima di me” – dice Paolo – non tra i Dodici, comunque tra i missionari riconosciuti e incaricati per animare le comunità con le loro assemblee, le “chiese”. E c’è Urbano, e poi Rufo e la mamma, una mamma a tutti gli effetti anche per san Paolo, e Nereo e la sorella.

Insomma tanti volti, provenienti da diversi gruppi, tra comunità che Paolo chiama case e chiese: volti, come quelli incontrati cammin facendo, quello della vita, e più passano gli anni più si affollano alla mente, come se sbucassero dalle nostre borgate.

Chissà che qualcuno di questi nomi, fissato da Paolo nella sua Lettera e poi caro alla chiesa romana, non sia per caso in qualche nostro ricordo? La zia Febe? La signorina Priscilla? La sora Giulia? Il sor Narciso e Urbano? Forse si ritrovano in ricordi d’infanzia, di lavoro, tra le panche di chiesa. San Paolo non si stancava di enumerarli, non per non rischiare di scontentare qualcuno – in tal caso non si comincia nemmeno, perché qualcuno si dimentica di certo, e sempre di più col passar degli anni: già, non c’è san Pietro, forse non era ancora arrivato a Roma -, ma perché Paolo ci gode nel ricordarli uno per uno, di sentirli e di farsi sentire che li sente vivi e vicini. E in effetti si finisce con grandi baci e abbracci epistolari.

In modo simile il Canone romano non fa a miccino di santi prima e dopo la consacrazione, e lascia anche a noi tempo e agio per ricordare a Dio prima i vivi e poi i defunti: ci pone così in compagnia dei presenti e dei passati non per un suffragio privatisticamente quantificato – la mia messa! -, ma per una orazione che accompagna lo svolazzare tenero e fraterno dei nostri pensieri, capaci in Cristo anche di più misericordia di quanto si creda.