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Posted on 1Nov, 2015

Sinodi e Parlamenti

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41AmTSBrY+L._SY344_BO1,204,203,200_di Andrea Drigani • Il 15 settembre 1965 il Beato Paolo VI pubblicava il Motu Proprio «Apostolica sollicitudo» col quale istituiva il Sinodo dei Vescovi (Synodus Episcoporum). Tale istituto era qualcosa di nuovo per l’ordinamento canonico. Nella tradizione giuridica della Chiesa vi era e vi è il Sinodo Diocesano (Synodus Dioecesana), cioè l’assemblea dei sacerdoti e di altri fedeli di una diocesi col compito di aiutare il Vescovo in ordine al bene di tutta la comunità diocesana. L’antica istituzione del Sinodo Diocesano è stata, peraltro, confermata nel vigente «Codex iuris canonici», segnatamente ai canoni 460-468. Il Beato Paolo VI volle il Synodus Episcoporum come un’assemblea di Vescovi scelti dalle diverse regioni del mondo per prestare aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice, tra l’altro, per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo. Papa Paolo VI precisò che il Sinodo dei Vescovi è dirittamente sottoposto all’autorità del Romano Pontefice, al quale spetta convocarlo quando lo ritenga opportuno; ratificare l’elezione dei membri, nonché designare e nominare altri membri; stabilire gli argomenti da trattare; definire l’ordine dei lavori; presiedere il Sinodo personalmente o per mezzo di delegati; concludere, trasferire, sospendere e sciogliere il Sinodo. Le norme del Motu Proprio «Apostolica sollicitudo» sono state inserite nel Codice di Diritto Canonico ai canoni 342-348. Il cinquantesimo anniversario della istituzione del Synodus Episcoporum è stato ricordato nel corso di una commemorazione che si è svolta, nell’Aula Paolo VI, il 17 ottobre, durante i lavori del Sinodo sulla famiglia. La relazione commemorativa l’ha tenuta il cardinale Christoph Schönborn O.P., arcivescovo di Vienna, il quale ha fatto presente che la parola sinodo significa «camminare insieme» e sinodalità significa «essere insieme in cammino». Per questo – ha proseguito – il metodo, che vuol dire «via verso qualcosa», è del tutto decisivo se si vuole che il sinodo abbia un buon esito. Schönborn ha proposto, per considerare la relazione inseparabile ed intrinseca tra sinodo e metodo, di rivolgere lo sguardo al cosiddetto «concilio degli apostoli» di Gerusalemme, nel quale il conflitto circa il cammino dei pagani convertiti al cristianesimo venne espresso, lo si chiamò chiaramente per nome e se ne discusse apertamente. A Gerusalemme – ha proseguito – la questione non era quella di un voto «consultivo» o «deliberativo», ma del discernimento della volontà e della via di Dio. L’esito di un Sinodo – ha detto ancora l’arcivescovo di Vienna – non può essere un compromesso politico su un minimo comune denominatore, bensì il valore aggiunto, il plusvalore che dona lo Spirito Santo, così da poter dire : «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi» (At 15,28). Il cardinale Schönborn ha rammentato che Papa Francesco ha sempre sottolineato che il sinodo non è un parlamento, che è di diversa natura. I Vescovi, in quanto membri del sinodo, rappresentano la loro Chiesa locale, con la loro vita, le loro gioie, e preoccupazioni. Nei loro Pastori c’è sempre, anche, compresente, tutto il popolo di Dio. Ma i vescovi non sono rappresentanti come i deputati in parlamento. Rappresentanza ha un significato diverso nella struttura ecclesiale retta dal principio di comunione e conosciuto per fede. La fede – ha concluso – non può essere rappresentata ma solo testimoniata. Il Synodus Episcoporum pur favorendo una più stretta unione tra il Romano Pontefice e i Vescovi non è il Concilio Ecumenico, che è il modo con cui il Collegio dei Vescovi (Collegium Episcoporum) esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale. Il Collegium Episcoporum , com’è noto, ha per capo il Romano Pontefice e ne fanno parte tutti coloro che hanno ricevuto l’ordinazione episcopale e sono in comunione con il capo e con tutti gli altri membri del Collegio. I Codici canonici, sia quello latino al canone 337 che quello orientale al canone 50, precisano che la potestà del Collegium Episcoporum può essere esercitata anche mediante l’azione congiunta dei Vescovi sparsi nel mondo, se essa come tale è indetta o liberamente recepita dal Romano Pontefice, così che si realizzi un vero atto collegiale e si ribadisce che spetta al Romano Pontefice, secondo le necessità della Chiesa, scegliere e promuovere i modi con cui il Collegio dei Vescovi può esercitare il suo ufficio per la Chiesa universale. Questi modi, diversi dal Concilio Ecumenico, non sono stati, per ora, attuati, ma è evidente che esprimono non analogicamente, bensì pienamente e perfettamente la collegialità episcopale.