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Posted on 1Ott, 2014

Paolo VI e le dimensioni umane dello sviluppo

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262_paolovi1di Leonardo Salutati • Il prossimo 19 ottobre 2014 sarà il giorno della Beatificazione di Paolo VI, un pontefice vissuto in un momento storico in cui la realtà sociale tendeva sempre più a separarsi dalla spiritualità, incamminandosi verso la progressiva secolarizzazione. Di fronte a un difficile rapporto chiesa-mondo, egli seppe sempre indicare con coerenza le vie della fede e dell’impegno sociale attraverso le quali intraprendere una solidale collaborazione verso il bene comune. Espressione di questa sua competenza è l’enciclica Populorum progressio del 26 marzo 1967, un documento dedicato interamente al tema dello sviluppo dei popoli, analizzato sul piano economico e culturale e considerato alla luce dei postulati cristiani di un umanesimo plenario. Insieme con Octogesima adveniens, sempre di Paolo VI, è tra i documenti più importanti nella storia del pensiero sociale cristiano. L’enciclica si è rivelata fortemente profetica, dato che molte previsioni di Paolo VI sulle conseguenze drammatiche derivanti dall’inosservanza delle istanze etiche si sono purtroppo avverate. Come pure tra le riflessioni che l’enciclica proponeva e che allora furono derise, o definite soluzioni elaborate da incompetenti, alcune sono diventate patrimonio comune anche delle moderne analisi socio-economiche. Ne è un esempio il tema delle dimensioni umane dello sviluppo (PP 12-21, in particolare i nn. 20-21 ), per l’enciclica non riducibili alla sola dimensione economica, che è diventato un concetto ormai acquisito dalla riflessione sociale, tanto che non c’è rapporto sullo sviluppo che non ne tenga conto. Si cominciò a riflettere sul tema in seno all’ONU, nell’ambito del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – UNDP, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Nel 1978 fu istituita una commissione indipendente che studiasse i problemi dello sviluppo internazionale, presieduta dall’ex Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca Willy Brandt, che produsse un famoso rapporto sulla situazione noto come Rapporto Brandt (1980). Il contributo della Commissione condusse poi all’elaborazione dell’Indice di sviluppo umano (HDI – Human Development Index), un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, ed in seguito studiato in particolare dall’economista indiano Amartya Sen. Tale indice, a partire dal 1990, è ormai adottato, insieme al PIL (Prodotto Interno Lordo), dall’ONU per valutare la qualità della vita nei paesi membri. In precedenza, veniva utilizzato soltanto il PIL, indicatore di sviluppo macroeconomico che rappresenta il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un anno su un determinato territorio nazionale, ma che misura esclusivamente il valore economico totale o una distribuzione media del reddito. Con i dati del PIL però, non si può cogliere la disparità di reddito eventualmente esistente in un paese. Per esempio, la presenza di un gruppo di cittadini molto ricchi non consente di cogliere le dimensioni della povertà, perché su base statistica la ricchezza viene redistribuita sui molti poveri, falsando in tal modo il livello di vita di questi ultimi. Attraverso l’Indice di sviluppo umano, si è cercato quindi, di tener conto di differenti fattori oltre al PIL pro-capite, come l’alfabetizzazione e la speranza di vita, che non potessero essere detenuti in modo massiccio da un singolo individuo o gruppo.

Lo sviluppo umano, infatti, coinvolge e riguarda alcuni ambiti fondamentali dello sviluppo non solo economico ma anche sociale quali: la promozione dei diritti umani e il sostegno alle istituzioni locali con particolare riguardo al diritto alla convivenza pacifica, la difesa dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile delle risorse territoriali; lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali con attenzione prioritaria ai problemi più diffusi ed ai gruppi più vulnerabili; il miglioramento dell’educazione della popolazione, con particolare attenzione all’educazione di base; lo sviluppo economico locale; l’alfabetizzazione e l’educazione allo sviluppo; la partecipazione democratica; l’equità delle opportunità di sviluppo e di inserimento nella vita sociale. L’obbiettivo che si proponeva e si propone l’UNDP era quello di avviare «un processo di ampliamento delle possibilità umane che consenta agli individui di godere di una vita lunga e sana, essere istruiti e avere accesso alle risorse necessarie a un livello di vita dignitoso» (UNDP), nonché di godere di opportunità politiche economiche e sociali che li facciano sentire a pieno titolo membri della loro comunità di appartenenza.

Se rileggessimo oggi i numeri da 12 a 21 di Populorum progressio vi ritroveremmo anche il programma dell’UNDP. Chi giudicò, quindi, l’enciclica di Paolo VI come «Marxismo ricotto» (The Economist) o la irrise come frutto del lavoro di incompetenti, dovrebbe servire come monito a chi ancora oggi continua ad accogliere con superficialità e supponenza, e forse non in buona fede, i pronunciamenti del Magistero sociale della Chiesa che, nello scorrere del tempo, continuano a mantenere inalterati la loro attualità e il loro valore.