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Posted on 1Ott, 2014

Teresa d’Avila, dottore della Chiesa universale, ci introduce alla preghiera come atto d’amore

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2930-06di Francesco Romano • Santa Teresa di Gesù, riformatrice dell’Ordine del Carmelo, nacque ad Avila il 28 marzo 1515 e morì ad Alba de Tormes il 4 ottobre 1582. Fu beatificata da Paolo V nel 1614 e canonizzata da Gregorio XV nel 1622 insieme a Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Filippo Neri. Paolo VI la proclamò dottore della Chiesa, insieme a Caterina da Siena, il 4 ottobre 1970. Il prossimo anno il Carmelo teresiano celebrerà il quinto centenario della nascita della Santa e per questo l’Ordine ha in vista importanti iniziative di tipo spirituale e culturale.

Il 15 ottobre ricorre la festa liturgica di Santa Teresa e con questo scritto anche noi, con un contributo diverso da quelli che rientrano nei nostri consueti studi giuridici, vogliamo offrire uno tra i molteplici spunti di riflessione su un argomento a lei caro che ha pervaso tutta la sua vita sperimentando e insegnando un aspetto particolare della preghiera come atto di amore.

Teresa afferma che la preghiera “non è altro che un tratto amichevole in cui l’anima parla spesso intimamente con Colui dal quale sa di essere amata (Vita, 8,5). Questa espressione mette bene in rilievo la parte affettiva dell’orazione e si riallaccia con un’altra sua nota definizione: “l’orazione non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare” (Castello, IV, 1,7).

La Santa precisa il carattere fattivo e concreto dell’amore: “l’amore di Dio non sta nelle lacrime e neppure in quelle consolazioni e tenerezze che ordinariamente tanto si desiderano e tanto in esse ci si ricrea; consiste invece nel servire Dio con giustizia, fortezza d’animo e umiltà” (Vita, 11,13). Sono sintetizzati in questa definizione tutti gli elementi della preghiera, dalla certezza dell’amore di Dio per noi alla risposta fattiva dell’anima a questo amore. Tra questi due poli si realizza un intimo scambio, l’amore tende all’intimità, l’intimità alla trasparenza e solitudine del cuore.

La preghiera e la comunione con Dio si sviluppano in questa regione segreta e profonda del cuore: “Pensate che il Signore taccia, anche se noi non lo sentiamo? No certamente. Egli parla al cuore, quando è il cuore che prega […] trattatelo come un padre, un fratello, un maestro, uno sposo. Consideratelo ora sotto un aspetto, ora sotto un altro. Vi insegnerà Lui stesso ciò che dovete fare per accontentarlo. Non siate così semplici da non domandargli nulla” (Cammino, c.28, nn.1-4).

Se la preghiera è posta nella luce dell’esperienza dell’amore tutto si chiarisce. Per questo la preghiera teresiana è di estrema semplicità e tende a una maggiore semplificazione e il silenzio finisce per esserne il mezzo più adatto. L’orazione teresiana è un riposo in Dio, semplice, sereno e umile davanti all’amico, al maestro, all’amore. E’ parlare con il Signore senza libri e metodiche che non siano espressione di un amore forte e libero.

Ne Il Cammino di perfezione (cc. 28 e 29), tuttavia, Teresa propone anch’essa un metodo, però elastico, in cui insegna il modo di giungere a Dio per mezzo di Gesù, ma con l’intento di difendere l’anima dalla tirannia dei metodi troppo rigorosi e opprimenti che possono annullare la sua spontaneità e contrastare l’azione di Dio.

Teresa neppure impone soggetti di meditazione, però esige alcune conoscenze teologiche, una seria disciplina, una vigilante ascesi per evitare il rischio del razionalismo e la perdita di tempo. La preghiera per lei deve affondare nelle prospettive evangeliche e nelle verità di fede, lungi da un facile sentimentalismo o da una sterile introspezione.

La vita contemplativa che ci insegna Teresa tende a manifestarsi in azioni di carità e di servizio di Dio: “più l’anima è avanzata in questa orazione di unione perfetta e inondata di maggior delizie di Dio, più si consacra ai bisogni del prossimo, specialmente alle necessità delle anime, pronta a sacrificare mille vite pur di trarne una sola dal peccato mortale” (Castello, VII, 4,4); “Desideriamo e pratichiamo l’orazione non per godere, ma per avere la forza di servire il Signore […] questo è il fine dell’orazione, a questo tende il matrimonio spirituale: a produrre opere e opere” (Castello, VII, 4, nn. 6,12).

Il grande insegnamento che ci giunge dall’esempio di Teresa mostra come la contemplazione e l’azione sono inscindibili, l’una richiama l’altra come l’amore richiama l’amore.

Colui che sale più in alto nella vita spirituale può dare una maggiore consistenza alle sue consuete azioni. Teresa sprona a tenere ben alti i nostri pensieri (Cammino, 4,1). Tenere acceso l’ardore soprannaturale del cuore aiuta a elevare con coraggio anche le nostre opere allo stesso livello. La vita di Teresa ci ricorda che ogni discorso sull’apostolato cristiano si riconduce al principio che prima occorre amare partendo dalla preghiera e poi fare, ci insegna a operare la sintesi tra spirito e vita, senza lasciarsi ingannare e scoraggiare dalla precarietà dei mezzi.

“Dio solo basta!” (Vita, 1,7). E’ Lui che unifica la nostra vita, che fa di un cristiano generoso un contemplativo e di un contemplativo un apostolo.