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Posted on 1Nov, 2017

Il progresso della teologia dei martiri e i martiri per il progresso della teologia

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eberhard-schockenhoff-fotodi Dario Chiapetti • Papa Francesco ha ricordato ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione in occasione del venticinquesimo anniversario della Costituzione apostolica Fidei depositum, con la quale Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, che «non si può conservare la dottrina senza farla progredire». Il pontefice ha proseguito osservando che «“custodire” e “proseguire”» la dottrina deve avvenire «con la gioia che proviene dalla speranza cristiana, e muniti della “medicina della misericordia”» e che questo è «un compito e una missione». Ebbene, per illustrare ciò il papa ha richiamato l’attenzione sulla preghiera sacerdotale di Gesù che prima di affrontare la passione e la morte prega il Padre: «questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3), in quanto è così che «si tocca il culmine della missione di Gesù». Dottrina, custodia e progresso, missione e martirio sono termini fortemente saldati tra loro.

Quanto, in particolare, al martirio, esso è una realtà estremamente attuale, lo stesso Francesco ha canonizzato molti martiri, gli ultimi il 15 ottobre scorso. Ora, dato che, ha proseguito Bergoglio, occorre «annunciare in modo nuovo e più completo il Vangelo […] presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico […] dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità», occorre anche considerare, da un lato, come la teologia dei martiri stia progredendo e, dall’altro, come essi, i supremi testimoni di fede, speranza e carità facciano, e in che direzione, progredire la riflessione teologica.

Eberhard Schockenhoff nel recente Fermezza e resistenza. La testimonianza di vita dei martiri compie una ricognizione sui dati teologici sulla figura del martire e delinea anche i tratti di coloro che oggi vengono considerati tali dalla Chiesa.

La figura del martire – che, stando ai criteri classici, deve ottemperare ai requisiti di morte violenta, a causa dell’odium fidei e nella libera e consapevole accettazione della volontà di Dio – ha subito un’importante evoluzione. Come sintetizza Schockenhoff, nell’antichità era preminente l’aspetto della confessione della fede, nel medioevo, tempo di sostanziale pace per il cristiano, della quotidiana ascesi alla perfezione, nei tempi recenti della morte a causa delle conseguenze della fede quali principi etici, sociali e politici – in particolare pace e giustizia – a favore della promozione, tutela e realizzazione dei quali il cristiano si impegna mettendosi così in opposizione con le ideologie e i sistemi di governo. Ebbene, tale spostamento del baricentro rivela in realtà l’approfondimento teologico della coincidenza tra l’amore a Dio e l’impegno per il regno di Dio e della «pericoresi, una mutua compenetrazione di amore di Dio e di amore del prossimo, che risulta come diretta conseguenza della rivelazione che il Dio trinitario fa di sé come amore». Tale sottolineatura riprende in realtà la prospettiva di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino secondo cui, scrive Schockenhoff, «a fare del martire il martire non è la pena, ma soltanto la ragione per cui essa è liberamente accettata, cioè un amore portato all’estremo, per Dio e l’uomo». Questa prospettiva trova conferma nel magistero della Chiesa. Il Concilio Ecumenico Vaticano II con Lumen Gentium (1964) al n. 42 non parla né di professione di fede né di odium fidei; Giovanni Paolo II nell’omelia durante la canonizzazione di p. Massimiliano Maria Kolbe non ricorre mai all’espressione “martire della fede” ma punta tutta l’attenzione sull’aspetto di testimonianza d’amore; emblematico è anche il caso di Edith Stein la quale non fu uccisa per la sua fede cristiana ma per il suo essere ebrea ma fu canonizzata «perché – scrive Schockenhoff – sulla base della sua fede cristiana, interpretò il suo percorso di sofferenza come un essere configurata con Cristo». Francesco, col Motu proprio Maiorem hac dilectionem (2017), stabilendo che «L’offerta della vita […] propter caritatem […] è una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione», ha dato grande risalto alla donazione di sé per amore, pur rimanendo tale donazione formalmente «distinta dalle fattispecie sul martirio e sull’eroicità delle virtù».

Amore – debolezza – unità. L’amore come l’elemento paradigmatico e centrale nel discorso mette in risalto che il martire – come commenta Schockenhoff richiamandosi anche al prefazio della commemorazione dei martiri – «non è un virtuoso che eroicamente disprezza la morte, ma una persona debole nella quale si manifesterà l’azione della grazia di Dio» e che il movente e la conseguenza del suo abbandonarsi al nemico e, soprattutto, a Dio è l’intima unione con Questi e l’unità di tutto il genere umano (cfr. Lumen Gentium, n. 1). Tale unità trova reale luogo di realizzazione, ad esempio, nella comune testimonianza dei martiri appartenenti a confessioni diverse così come Unitatis Redintegratio (1964) al n. 4 e Giovanni Paolo in Ut unum sint (1995) al n. 1 hanno autorevolmente affermato.

Ora, una figura così delineata del martire deve informare anche la teologia. Penso, ad esempio, a come ciò avvenga nella riflessione sul martirio – a cui in parte mi rifaccio di seguito – del metropolita ortodosso di Pergamo, Ioannis Zizioulas, che, come in Lectures in Christian Dogmatics, rinviene della suddetta realtà i caratteri propri della dinamica della theosis in cui i protagonisti, Dio Trinità, il martire e il nemico vengono a costituirsi nell’interrelazione di unità nella distinzione nel terzo. Il martire, lasciandosi portare via la vita, spogliato di tutto nella sua debolezza, si trova uomo nuovo, pienamente inserito nel Figlio mediante la partecipazione all’assunzione della disunità di cui il nemico si è fatto centro innervante e al riceversi interamente dal Padre fino al punto di aprire, da tale unità  – lo Spirito Santo – l’accesso per il nemico alla sfera del Padre.

Amore kenotico e pericoretico divino-umano, assunzione in sé della distinzione nel suo configurarsi quale radicale opposizione ad ogni bene, partecipazione al risuscitamento del Figlio quale totale riceversi dall’unità col Padre sono i termini mediante cui si sta di fatto sviluppando la testimonianza cristiana così come il relativo pensare teologico. I martiri manifestano così, in virtù del loro amore e debolezza, l’effettivo attuarsi dell’agape trinitaria nelle relazioni interpersonali. È quest’ultima che per la teologia rappresenta, e deve rappresentare, al contempo: la realtà che informa ogni realtà da intelligere; la realtà, sempre disponibile, di ogni intelligere; la realtà che informa ogni intelligere e, infine, la realtà stessa da intelligere.