Pages Menu
Categories Menu

Posted on 1Gen, 2021

Costruire il bene comune, sporcandosi le mani (ma conservando il cuore pulito)

image_pdfimage_print

di Stefano Liccioli · Nel mese appena concluso ho vissuto un’interessante esperienza didattica con alcuni alunni e colleghi del liceo dove insegno. Anche se siamo in tempi particolari per fare scuola è stato comunque possibile tenere una lettura pubblica in piazza Santa Croce a Firenze dei tre canti politici della Divina Commedia e cioè il sesto canto dell’ Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Scopo dell’iniziativa non era protestare contro la didattica a distanza facendo lezione all’aperto (!), ma continuare a fare didattica, con tutte le accortezze richieste dalle normative per il contenimento del Covid-19, anche in tempi non facili.

Nel mio intervento, a commento del sesto canto del Purgatorio, ho messo in evidenza che lo scenario descritto da Dante Alighieri è caratterizzato da contrapposizioni e da lotte tra individui e fazioni all’interno dell’Italia dell’epoca. Oggi come allora la soluzione ai conflitti sociali non sta nel ricorso all’uso della forza, ma nel rispetto delle leggi che sono alla base del vivere sociale. Dante sembra convinto che il freno all’arbitrio dei più forti stia nel fatto che tutti obbediscano alle regole, ma di fronte al disordine invoca l’intervento di una sorta di Deus ex machina: l’imperatore. La tentazione di riporre tutte le attese in un uomo che da solo risolve tutti i problemi è sempre in agguato. Ma è una tentazione che, con buona pace di Dante, deve essere ricacciata indietro proprio come tale perché si tratta di una falsa soluzione. Ritengo infatti che le divisioni nella comunità civile si superino veramente solo con la ricerca del bene comune da parte di ciascuno dei membri della società, nessuno escluso.

Ho reputato significativo far riflettere ragazzi e ragazze sul significato di bene comune perché secondo un’indagine riportata nel Rapporto giovani 2020 dell’Istituto Giuseppe Toniolo (Bologna, Il Mulino 2020) il 93% degli intervistati (giovani italiani ed europei tra i 20 ed i 34 anni) ritiene importante che un paese promuova il bene comune dei suoi concittadini. «A fronte, però, di tale consapevolezza, la presa in carico della responsabilità della sua promozione e del suo mantenimento appare più eterogenea. […] Solo il 15% ritiene che sia compito dei cittadini». Occorre invece far comprendere che il bene comune non è un concetto astratto, ma è il fine dell’azione delle persone nella misura in cui esse mettono da parte i propri interessi personali per considerare, in via prioritaria, il bene della collettività. E’ una rinuncia che spesso può costare sacrifici (e sappiamo cosa voglia dire nel momento storico che stiamo vivendo fatto di restrizioni e limitazioni), ma dobbiamo riconoscere che siamo interconnessi (nessun uomo è un’isola!) ed abbiamo dunque delle responsabilità l’uno nei confronti dell’altro. Il bene comune non è la mera somma di beni particolari di ciascuno, ma consiste invece in quel bene di tutti e di ciascuno che può essere costituito ed accresciuto solo in modo comunitario. E’ fondamentale che le nuove generazioni capiscano che cercare il bene comune non vuol dire essere spettatori degli accadimenti contemporanei, ma attori capaci di dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia, per creare un mondo migliore. Non c’è un’età per decidere di “smettere di guardare la vita dal balcone” (Papa Francesco) e buttarsi nella “mischia”. Non si è troppo giovani per mettere in gioco le proprie capacità, i propri talenti per il bene della collettività. Trovandoci in piazza Santa Croce ho indicato come esempi di quanto detto proprio quei giovani fiorentini, ma anche provenienti da tutta Italia e dal resto del mondo che nel novembre del 1966, in una Firenze ferita dall’alluvione, si fecero avanti per dare il loro aiuto a recuperare i tesori artistici e librari dal fango e dall’acqua dell’Arno. Sono passati alla storia come gli “Angeli del fango”. Ragazzi e ragazze che non hanno avuto paura di sporcarsi, nel vero senso della parola, le mani perché avevano capito che solo così si può davvero incidere sugli eventi. Don Lorenzo Milani si domandava:«A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?». Per costruire il bene comune occorre esser disposti a sporcarsi le mani, anche se “conservando sempre il cuore pulito”.