Pages Menu
Categories Menu

Posted on 1Gen, 2021

Il sentire francescano e dell’Oriente cristiano per la Chiesa nel cambiamento d’epoca

image_pdfimage_print

di Dario Chiapetti · Che la Chiesa cattolica riconosca sempre più come un tratto che qualifica la sua identità quello di manifestare pienamente il suo orizzonte ecumenico è un dato emergente. Ad esempio, relazioni sempre più fraterne sono presenti tra il papa e il patriarca ecumenico. Si pensi al primo viaggio apostolico di Francesco, a Lesbo, che si svolse alla presenza di Bartolomeo, all’enciclica Laudato sì che il papa, in Fratelli tutti, ha affermato essergli stata ispirata da quest’ultimo, all’indizione nel 2015 della giornata mondiale di preghiera per la cura del creato su suggerimento del metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas, alla prassi consolidata dello scambio di delegazioni in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo e di Sant’Andrea.

Ma anche che la Chiesa cattolica stia ponendo come aspetto rilevante della propria autocoscienza il sentire francescano, è un dato facilmente constatabile. Recentemente padre Antonio Spadaro nel commentare l’ultimo concistoro ha affermato: «il carisma francescano deve permeare sempre di più la Chiesa, essere al centro della Chiesa».

Ed è proprio questo sentire che costituisce un terreno fecondo per l’incontro e l’azione testimoniale della Chiesa cattolica e del Patriarcato ecumenico. In tale linea va, ad esempio, il conferimento del dottorato honoris causa in ecologia integrale da parte della Pontificia Università Antonianum, lo scorso 21 Ottobre (vedi), in occasione del quale Bartolomeo ha tenuto la prolusione per l’apertura dell’anno accademico.

Due aspetti, profondamente francescani e orientali, che costituiscono questa fraterna sinergia tra le chiese sono: 1- la tutela e la cura del creato, in quanto casa comune che Dio ha donato agli uomini e posto nelle loro mani affinché potessero esprimere il loro essere creaturale secondo l’immagine e la somiglianza divine, la cui sopravvivenza è proprio il contenuto dell’azione salvifica di Cristo, e 2- la pace e la fratellanza universali, all’insegna della giustizia, che rappresentano il dono del Risorto, che abilita i destinatari a partecipare all’azione di comunicazione di esso a tutta l’umanità.

La questione della tutela e della cura del creato si fonda sulla concezione sacramentale del mondo, presente nei Padri orientali così come nel Santo d’Assisi. Per Massimo il Confessore, il Logos è presente nella creazione mediante i logoi divini [Ambiguorum liber, 33 (Patrologia Graeca 91,1285Css.)]. Come per Atanasio di Alessandria, la creazione rivela non solo la grandezza e la bontà di Dio, ma la sua stessa presenza [De incarnatione verbi dei, 8 (Patrologia Graeca 25,109A)] per il fatto che è nel Logos che essa sussiste e – è possibile concludere – è per il Logos che essa possiede un carattere dinamico e relazionale, sebbene anche necessitato. Per il Poverello le creature sono il riflesso del Dio creatore, contemplando le quali l’uomo rende a lui lode. L’uomo non è solo colui che, mosso della contemplazione della creazione, prega il Creatore, ma è la preghiera stessa di tutta la creazione al Creatore. Scrive Leonzio di Napoli: «è attraverso di me che i cieli proclamano la gloria di Dio, attraverso di me che la luna gli offre il suo omaggio, attraverso di me che le stelle gli danno gloria, attraverso di me che le acque, la pioggia e la rugiada, con tutta la creazione, lo adorano e lo glorificano» [Sermo contra Judaeos, 3 (Patrologia Graeca 93,1604AB)]. Ciò ha un fondamento ontologico, come spiega il Confessore: «Tutto ciò che è stato creato da Dio nelle diverse nature, concorre insieme nell’uomo, come in un crogiuolo» [Quaestiones Disputatae (Patrologia Graeca 91,1305BC)]. In tale linea si comprende l’affermazione che Francesco «ridondava di spirito di carità, assumendo viscere di misericordia non solo verso gli uomini provati dal bisogno, ma anche verso gli animali bruti senza favella, i rettili, gli uccelli, e tutte le creature sensibili e insensibili» (Vita Prima, 77; Fonti Francescane, 455). È in virtù dell’accoglienza della relazione con la creazione, quale costitutivo ontologico dell’essere di Francesco, che si è arrivati ad affermare, come anticipato sopra, che questi «non era tanto un uomo che prega[va], quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (Vita Seconda, 95; Fonti Francescane, 682).

È qui che si situa la considerazione dell’aspetto della fraternità universale. Essa è l’attuazione della mediazione cristologica, consistente nella partecipazione dell’uomo alla passione, morte e risurrezione di Cristo, e quindi al suo sacerdozio, ossia al dono che Questi fa di sé, e quindi della vita del Padre, alla creazione, che realizza il passaggio dell’offerta e dell’offerente al Padre – in quanto offerta e offerente entrano in quella comunione ontologica tale che l’offerta diviene l’offerente e l’offerente diviene l’offerta –, e che consiste nel passaggio all’esistenza filiale/fraterna. Per Francesco il sentimento di fraternità verso tutte le creature sorgeva dal riconoscimento che tutto proviene da Dio: «Francesco scorgeva perfettamente la bontà di Dio […] in ogni creatura. E per questo si volgeva con singolare caldo affetto alle creature» (Fioretti, 113; Fonti Francescane, 1813). Questo sentimento si fa azione, che è, precisamente, di restituzione (come rendimento di grazie, eucaristico) al Padre, e quindi esprime esistenza filiale. È azione che non tiene per sé nulla e tutto mette nella comunione con l’amore del Padre: «restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamo grazie a lui, dal quale procede ogni bene» (Regola non bollata 17; Fonti Francescane, 49).

Le profonde consonanze tra il sentire francescano e dell’Oriente cristiano, che queste righe hanno solo in minima parte evocato, rivelano la comune Tradizione ecclesiale – quella dei Santi Padri – che accomuna le chiese, ortodosse e cattolica. Esse stanno emergendo nell’autocomprensione e nell’azione della Chiesa che cerca di manifestare la sua vocazione di «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1), nel cambiamento d’epoca che sono i giorni nostri.