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Posted on 2Giu, 2021

Perchè serve una cultura che promuova la natalità

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di Antonio Lovascio · Certo, è una sfida da non perdere il Piano nazionale di ripresa e resilienza che, per i prossimi cinque anni, mette a disposizione del governo ben 248 miliardi di fondi Ue.. Ma non ci sarà una vera ripartenza se, insieme al finanziamento di nuove opere pubbliche ed alle riforme richieste dall’Europa, l’Italia non attuerà un’inversione di rotta per porre fine al cosiddetto “inverno demografico”, su cui hanno richiamato l’attenzione anche i vescovi nell’annuale assemblea della CEI, dopo l’accorato appello lanciato da Papa Francesco e dal premier Mario Draghi agli Stati generali della Natalità promosso dal Forum delle Associazioni familiari. Tutti concordi nell’affermare che un’Italia senza figli è una realtà che non crede e non progetta, destinata lentamente a invecchiare e scomparire. Una consapevolezza suffragata dai dati che da anni accendono l’allarme dipingendo un Paese morente, colpito ulteriormente dalla pandemia: nel 2020 sono nati 404mila bambini, il 30% in meno rispetto agli ultimi 12 anni, record negativo dall’Unità italiana. Con 1,24 figli per donna contro i 2,1 che assicurerebbero un ricambio generazionale, l’Italia sta dissolvendosi progressivamente con ricadute drammatiche sul sistema pensionistico e sanitario, ma anche con una penalizzazione del desiderio, che pure c’è, di avere figli: l’80 per cento dei giovani italiani vorrebbero due o più figli. E nel 2021 – secondo l’ISTAT- il confine dei 400mila nati lo scorso anno è destinato ad essere superato al ribasso, fino ad arrivare a soli 350mila nati in un Paese di 60 milioni di abitanti, anche per il continuo calo dei matrimoni, ormai dimezzati e scesi a poco più di 96 mila.

Ora l’obiettivo di raggiungere 500mila nati non è solo un sogno ma un traguardo possibile, se favorito da nuove politiche per la famiglia e le giovani coppie.

Avere mezzo milione di nati in più vuol dire inserire iniezione di futuro e far dimenticare il presente, tratteggiato con incisività da Bergoglio: da una parte, lo “smarrimento per l’incertezza del lavoro”, dall’altra, i “timori dati dai costi sempre meno sostenibili per la crescita dei figli” e la “tristezza” per le donne “che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia”. Sono tutte “sabbie mobili che possono far sprofondare una società” e che contribuiscono a rendere ancora più “freddo e buio” quell’inverno demografico ormai costante in Italia, che “si trova così da anni con il numero più basso di nascite in Europa, in quello che sta diventando il vecchio Continente non più per la sua gloriosa storia, ma per la sua età avanzata”.

Per risalire la china – è la ricetta della Chiesa italiana – servono ovviamente interventi di carattere fiscale e amministrativo, riassunti ad esempio nell’assegno unico in via d’implementazione per tutte le categorie di lavoratori e lavoratrici, servono le politiche attive del lavoro soprattutto femminile, rispettose dei tempi della famiglia e della cura dei figli, visto che la nostra spesa sociale in questo settore è molto più bassa che in altri Paesi come la Francia e il Regno Unito.

C’è poi la questione giovani, di quelli segnati dalla precarietà nell’occupazione e dalla difficoltà a metter su famiglia: ben vengano la realizzazione di asili nido (in alcune parti del Paese la disponibilità è al 50%, in altre al 3%) e di scuole per l’infanzia, l’estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche. Così come i preannunciati investimenti nelle politiche attive del lavoro, nelle competenze scientifiche e nell’apprendistato. Nel complesso, misure da venti miliardi, con una clausola per incentivare le imprese, come condizione per partecipare al Piano, ad assumere più donne e giovani.

Emerge dunque l’importanza di coniugare famiglia-lavoro, dopo aver constatato che i lavoratori sostenuti a livello familiare siano più produttivi. C’è, quindi, anche un discorso culturale da portare avanti, sostenendo il piano di Papa Francesco per un Patto educativo globale. La scuola italiana ha molti problemi ma anche molte risorse. È dopo la famiglia la prima comunità che i bambini incontrano ed è l’unica istituzione che li vede diventare ragazzi, adolescenti e infine giovani, donne e uomini. E’ un’istituzione che li accompagna nella trasformazione di corpo e mente e deve insegnare come vivere anche il dolore. La grande sfida per cambiare l’Italia deve partire proprio dalla Scuola e dall’Università, che devono ricostruire un sapere. Avendo ben presente la realtà delle tante famiglie che in questi lunghi mesi di pandemia hanno dovuto fare gli straordinari, dividendo la casa tra lavoro e scuola, con i genitori che hanno fatto da insegnanti, tecnici informatici, operai, psicologi. Senza dimenticare i sacrifici dei nonni, “scialuppe di salvataggio delle famiglie” nonché memoria che ci apre orizzonti più rassicuranti.