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Posted on 1Mag, 2017

Philosophia sive theologia

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massimo-dona-e-claudio-nostri-lugo-di-ravennadi Alessandro Clemenzia • Alcuni libri possono essere apprezzati non tanto per il contenuto che sono arrivati a proporre, quanto piuttosto per il tentativo di essere entrati in argomentazioni che fuoriescono dal proprio ambito di ricerca. Ci sono altri libri ancora che, proprio in forza della loro tentatività, si sono imbattuti in questioni così ardue, da essere arrivati a dare un proprio contributo contenutistico, sia nel proprio ambito di ricerca, sia in quello in cui, da ospiti, si sono imbarcati. È di quest’ultimo tipo il nuovo testo di Massimo Donà, In principio. Philosophia sive theologia: meditazioni teologiche e trinitarie (Mimesis Edizioni, 2017).

L’autore, filosofo e docente di Filosofia Teoretica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, non addentro alla vita ecclesiale e ai suoi dinamismi infrastrutturali, ma assai attento ai risvolti teoretici della teologia, è entrato così addentro all’intelligenza che scaturisce dalla fede nel Dio trinitario, con il metodo e il linguaggio che gli appartengono, da non far percepire al lettore, in prima istanza, se l’effettivo contributo del testo sia stato più rivolto alla riflessione teologica o a quella filosofica. Probabilmente – e da qui si evince la riuscita del suo intento – questo contributo getta nuove luci in entrambi i campi, proprio per essere riuscito ad abitare il luogo della relazione, il “tra” la teologia e la filosofia. Il “metodo” utilizzato da Donà, dunque, è stato all’altezza del contenuto, e in qualche modo ne ha seguito la logica.

Tanti sono gli argomenti trattati. In questa sede mi limiterò a due aspetti: prima di tutto all’orizzonte formale in cui si è collocato l’autore; in secondo luogo a un esempio di come la trinitaria offra una possibile chiave interpretativa per sciogliere alcuni nodi teoretici della riflessione filosofica.

L’orizzonte formale è l’ontologia trinitaria, menzionata dall’autore, più o meno espressamente, in ogni capitolo. Senza avere la pretesa di liquidare in poche parole la fondatezza e la portata culturale dell’ontologia trinitaria, basti qui evidenziare il modo in cui Donà la colga: come possibilità ontologica e interpretativa di penetrare la realtà e il darsi, in essa, dell’essere, alla luce di quella “teo-logica” rivelata definitivamente in Cristo. Le dinamiche trinitarie non solo hanno a che fare con gli snodi teoretici più importanti e spinosi dell’odierna riflessione filosofica, ma possono esserne addirittura una risposta, senza per questo obliare la complessità sottostante. Che si parli di “identità” o di “principio”, di “armonia” o di “invisibile”, di “logos” o di “libertà”, di “trascendenza” o di “relazione”, di “nulla” o di “destino” (temi contenuti nel volume), il ritmo trinitario può realmente offrire dei criteri metodologici tali da fungere da valida proposta argomentativa.

Un esempio di questo si può rintracciare lì dove Donà tratta la questione del principio, tra l’uno e il molteplice. Egli, partendo dalla citazione di Eraclito, secondo cui “tutto è uno”, si domanda cosa significhi tale affermazione: si sta forse affermando che i molti siano solo un’apparenza rispetto a ciò che veramente è, oppure «che, proprio nei distinti, concepiti ognuno nella propria distinzione (e in virtù di tale distinzione), a dirsi è comunque il medesimo? Come se quest’ultimo potesse dirsi come tale, ed essere ciò che è, solo in virtù dei molti che pur esistono, rendendosi capaci di dire il medesimo … “proprio” a partire dalla loro distinzione» (p. 112).

La teologia, di fronte a questo dilemma, nel principio, tra l’uno e il molteplice, ha chiaro – afferma Donà – che è l’Uno a far sussistere i molti, eppure questi, pur dicendo l’Uno, rimangono determinazioni distinte tra loro e da quell’Uno a cui esse rimandano. Non solo: l’unità è la condizione di possibilità della molteplicità, proprio in quanto quest’ultima è tale «solo in quanto tenuta insieme da un’unità che non è né un questo né un quello; da un’unità, cioè, che non si vede così come si vedono, invece, i “molti” dalla medesima per l’appunto uni-ficati» (pp. 114-115). Si domanda Donà: «Esiste, cioè – ecco il punto –, la possibilità di concepire un principio che non ci costringa a relegare nell’ambito dell’impossibile (cui si può accedere solo per fede) il dirsi dallo stesso punto di vista e nello stesso tempo da parte dell’identico e del diverso?» (p. 124).

Qui entra in gioco, per l’autore, l’ontologia trinitaria. Illustrando il percorso tematico che va da Agostino (secondo il quale la relazione in Dio non è più di ordine accidentale, come per la riflessione aristotelica) a Riccardo di San Vittore (per il quale in Dio vi è un’unica natura, mentre le tre Persone divine si distinguono tra loro per l’origine: ciò significa tuttavia, spiega Donà, che vi è una natura divina già in se stessa distinta, in quanto l’origine rinvia alla natura), a Tommaso d’Aquino (dove, nelle Persone divine, l’identità sussistente coincide con la relazione), l’autore sottolinea: «Eccolo, il punto centrale che ci consente di riconoscere, nella Trinità, l’unica possibile risposta ad una questione che da sempre sta a cuore alla filosofia […]. Insomma, quale il principio, o meglio la condizione di possibilità delle cose tutte? […] Ecco, unico possibile principio di questo modo d’essere […] è il Dio trinitario» (p. 131).