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Posted on 1Mag, 2021

Una maratona per tenere sempre fisso lo sguardo su Gesù.

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di Stefano Liccioli · «Per vivo desiderio del Santo Padre, il mese di maggio sarà dedicato a una maratona di preghiera dal tema “Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio (At 12,5)”». E’ un passaggio del breve comunicato stampa con cui il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ha annunciato che dal 1° al 31 maggio trenta Santuari rappresentativi, sparsi in tutto il mondo, guideranno la recita del Rosario per invocare la fine della pandemia.

Non è la prima volta che il Santo Padre, da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus, invita tutti i fedeli alla preghiera, ponendosi lui stesso come primo orante, come un Mosè che con le braccia alzate chiede a Dio la forza per combattere e vincere la battaglia contro il Covid. Abbiamo ancora negli occhi Papa Francesco che, nel marzo dello scorso anno, attraversava a piedi via del Corso per raggiungere come un pellegrino la chiesa romana di San Marcello e chiedere la conclusione della pandemia. Oppure sempre lui che, qualche settimana più tardi, in una piazza San Pietro deserta affermava:«Ti imploriamo Dio, non lasciarci in balia della tempesta».

Personalmente non mi ha sorpreso, dunque, questo nuovo appello del Pontefice a pregare incessantemente il Signore perché passi presto questa situazione di difficoltà che investe tutt’ora gran parte del mondo.

Non mi ha sorpreso del resto neanche la reazione di certi “devoti atei” (“categoria dello spirito” per riferirsi a coloro che dicono di rispettare l’onnipotenza di Dio, ma in realtà lo rinchiudono nei loro angusti ragionamenti) che hanno guardato con sufficienza a questa iniziativa, considerandola un’inopportuna trattativa con il Signore. Mi sembra che a questi personaggi sfuggano diversi aspetti della fede cristiana così come qualche passaggio molto eloquente della Scrittura. Solo alcuni esempi:«Nel pericolo ho gridato al Signore: mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo» (Sal 117). Dal Vangelo di Matteo:«In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,19-20). Ed ancora:«Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Lettera ai Filippesi 4,6)».

Dobbiamo certamente intenderci su che cosa siano la fede cristiana e la preghiera. A tal proposito ho trovato illuminanti alcune considerazioni di don Luigi Epicoco, sacerdote e scrittore, secondo cui la prima consiste nel dono di credere “ostinatamente” contro tutto e contro tutti (persino contro noi stessi) che l’Amore di Dio avrà sempre l’ultima parola su tutto. Infatti, precisa don Epicoco, «se la fede cristiana è solo la “sensazione” che Dio esista e che ci ama, allora essa è destinata a finire presto. Infatti capitano cose nella vita che mutano costantemente il nostro sentire. Basta una semplice esperienza negativa o di rifiuto per avere la sensazione di essere soli, abbandonati e lasciati in balia degli eventi».

D’altra parte non si prega con lo scopo di convincere Dio, ma di lasciare «che quella preghiera converta noi, ci accompagni passo dopo passo al punto più essenziale di noi stessi in cui la preghiera coincide con il nostro stesso essere». Il fine dell’orazione è allora ricordarci chi siamo, avere la consapevolezza che siamo figli di Dio. «Se tu sei figlio di Dio – osserva ancora Epicoco – , allora tutto è possibile. Gesù prega perché non può fare a meno del Padre. Noi dovremmo pregare per lo stesso motivo, ma con il vantaggio che nella nostra preghiera è Gesù stesso che continua a pregare».

In questa ottica, allora, pregare Dio perché ci liberi dalla pandemia non è una trattativa “paganeggiante”, ma significa innanzitutto immergersi nella relazione con Lui, scoprirsi piccoli e fragili (e l’emergenza sanitaria quanto ci ha fatto capire la nostra fragilità), ritornare all’Essenziale e correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, «tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1).