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Posted on 1Ott, 2016

Un’interpretazione della Rerum Novarum nel luogo natio della rivoluzione industriale

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mcnabbbookmarkdi Giovanni Campanella • Il 15 Maggio 1891, Leone XIII promulga l’enciclica Rerum Novarum, pilastro della moderna dottrina sociale della Chiesa. Poco più di 30 anni dopo, nel 1925, la casa editrice Burns, Oates & Washbourne Ltd. London pubblica a Londra The Church and the Land, scritto da Padre Vincent McNabb, un presbitero domenicano di origini irlandesi che viveva nella capitale inglese. Tale libro è stato ristampato nel Settembre 2013 dalla Libreria Editrice Fiorentina col titolo La Chiesa e la Terra. Esso richiama alcuni punti dell’enciclica leonina, usandoli come strumento per valutare la situazione sociale della Gran Bretagna.

Per gran parte del XIX secolo e fino al 1925 (anno in cui viene superata da New York), Londra è la città più popolosa del mondo, crescendo da 6 milioni a 7 milioni di abitanti. Alla fine del XVIII secolo, proprio in Gran Bretagna sono gettate le basi della prima rivoluzione industriale e la Gran Bretagna è per tutto il XIX secolo la nazione più industrializzata del mondo. E’ proprio sulle “cose nuove”, emerse per la prima volta dalle terre inglesi, che è incentrata la riflessione sociale di Leone XIII. Questo insieme di coincidenze dà rilevanza alle considerazioni di McNabb, testimone oculare delle frenetiche dinamiche di una grande metropoli di un grande Stato.

Padre Vincent McNabb nacque nel 1868 in un paesino dell’Irlanda del Nord e morì a Londra nel 1943. A 17 anni entrò nel noviziato dei frati domenicani (poco tempo prima, tutta la famiglia si era trasferita in Inghilterra per motivi di lavoro del padre). Fu ordinato presbitero nel 1891, proprio lo stesso anno in cui venne promulgata la Rerum Novarum. Andò a studiare all’Università di Lovanio, in Belgio, dove ottenne il titolo di lettore in Sacra Teologia. Fu grande amico di Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Ronald Knox. Aveva una grande eloquenza e fu particolarmente famoso per i suoi discorsi a Hyde Park, dove dibatteva con personalità dell’epoca sui temi sociali più in voga. Per mezzo secolo, fu una specie di istituzione a Londra. Era un convintissimo distributista, promuoveva cioè la distribuzione della proprietà tra più persone possibili. Aveva una mente poliedrica e brillante (leggeva l’Antico Testamento in ebraico, il Nuovo Testamento in greco e San Tommaso in latino) ma era anche un tipo non poco bizzarro (si dice di lui che non dormisse nel letto ma sul pavimento, che non possedesse neanche una sedia e che si muovesse quasi sempre a piedi).

La Chiesa e la terra ha degli spunti molto interessanti, sempre attuali e validi, e contiene dati storici preziosi su rilevanti dibattiti economico-culturali nella seconda nazione più industrializzata dell’epoca. Denuncia, citando stime ufficiali, le miserevoli condizione delle famiglie stipate nelle frammentate case popolari delle grandi città industriali inglesi sovraffollate. Rimangono valide le sue considerazioni contro la pianificazione delle nascite e l’aborto, giustificati da alcuni intellettuali di allora come soluzione al problema anzidetto del sovrappopolamento. La soluzione fornita da McNabb è d’altra parte il punctum dolens del libro: in sintesi, egli auspica una fuga dalle città e un ritorno alla terra. Non solo. Non accetta neanche l’applicazione di macchine e metodi industriali in campagna, né addirittura l’idea di una produzione agricola orientata al mercato, sostenendo in pratica una sorta di autarchia contadina diffusa. Si scaglia contro il trasporto ferroviario, che a detta sua fa solo perdere tempo, dato che ogni famiglia dovrebbe vivere e lavorare attorno al proprio podere senza ambire a spostarsi troppo. Rigetta quindi tutto ciò che è tecnologia, economia d’impresa e lavoro subordinato, esaltando oltre ogni misura il lavoro autonomo (autonomo all’ennesima potenza !). Questi accorati appelli di McNabb possono sembrarci anacronistici, tanto più oggi. Si può dire però, a sua parziale giustificazione, che probabilmente la sua reazione fu provocata dalla commossa constatazione della concreta, inoppugnabile miseria in cui versavano le numerose famiglie operaie inglesi in città.

Lo stile di scrittura è molto elegante e sovente ironico, scherzando e “dialogando” qualche volta col lettore. Spesso si compiace di descrivere con espressioni poetiche scene di vita e di lavoro di campagna, quasi a volerle contrapporre col più prosastico stridore dei macchinari delle fabbriche. Talvolta interrompe la trattazione socio-economica con pensieri spirituali e preghiere. Nell’edizione della LEF, ci sono lungo il testo delle note interessantissime che descrivono brevemente ma efficacemente varie personalità influenti dell’epoca a cui via, via McNabb si riferisce.

McNabb sviluppa vari elementi salienti della Rerum Novarum, anche se sembra trarne più una “vis destruens” che una “vis construens”. Effettivamente, il suo già menzionato distributismo prende forza, tra gli altri passi, da RN 35 («abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari»). L’impressione però è che talora, partendo da basi legittime, si arrischi in passi più lunghi della gamba, arrivando ad esempio a contrapporre nettamente il sistema proprietario al sistema salariale. Tuttavia, la sua combattività in difesa degli emarginati rimane indubbiamente un fulgido esempio da seguire anche oggi, in linea con gli insegnamenti sociali di tutti i papi, da Leone XIII a Francesco.