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Posted on 1Ott, 2021

«Il morso della storia». Il libro di Giovanni Pallanti a servizio della storia (tutta).

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di Stefano Liccioli · Ritengo che quando un libro è autentico vi si riconosce non solo lo stile letterario dell’autore, ma anche, più o meno esplicitamente, il suo carattere, la sua visione della vita. È quello che ho pensato leggendo “Il morso della storia. Una spigolatura critica” (Lorenzo de’ Medici Press, 2021), l’ultimo libro di Giovanni Pallanti, scrittore e giornalista, che ha pubblicato apprezzati lavori come “Elia Dalla Costa” (San Paolo Edizioni, 2012), “La Pira e la DC. Una storia di libertà contro le ideologie totalitarie del XX secolo” (Società Editrice Fiorentina, 2017) e quello scritto insieme a Marcello Mancini “Il parroco cardinale. Vita di Silvano Piovanelli (San Paolo Edizioni, 2016). Pallanti ha raccolto in questo volume molti contributi che, negli anni, sono apparsi sul quotidiano “La Nazione” e su questa rivista, “Il mantello della giustizia”, testate delle quali egli è collaboratore, oltre che del settimanale cattolico “Toscana Oggi”.

Il filo conduttore che lega i diversi saggi (trentotto per la precisione, brevi, ma densi di significato) è chiarito dall’autore stesso nella prefazione:«Mi sono convinto attraverso gli studi che la storia può essere interpretata in tanti modi. Una vulgata ricorrente racconta che essa viene scritta dai vincitori di turno. Vero fino ad un certo punto. Le vicende del passato invece prima o poi, studiando e ristudiando, si chiariscono e ci si avvicina alla verità. Ecco perché si può ben dire che alla fine anche la storia morde i negatori della verità».

Ma scorrendo le pagine del libro ho trovato, come ho scritto all’inizio, anche qualcosa di personale, qualcosa che riguarda cioè l’indole di Pallanti. Nel ricordare, per esempio, lo sterminio degli Armeni come un vero e proprio genocidio troppo spesso taciuto o nel presentare i contorni reali della rivoluzione d’ottobre in Russia come un colpo di stato di Lenin contro una repubblica democratica e non contro lo zar l’autore rivela la sua passione per la verità, anche e soprattutto quando questa contraddice le narrazioni dominanti, spesso condizionate da gabbie ideologiche.

Nel mettere in luce la matrice cristiana e cattolica di Georges Simenon, l’inventore del personaggio del commissario Maigret, o nel rammentare il massacro dei cristiani in Etiopia dell’imperialismo fascista s’evince l’equilibrio di Pallanti nel voler raccontare la storia in maniera integrale, sia quella degli individui che quella generale, senza omissioni di comodo.

Ricordando personaggi meno noti come don Alcide Lazzeri, martirizzato dai soldati tedeschi nel 1944, o Bernardo Leighton, democristiano cileno, fermo oppositore di Pinochet, lo scrittore vuol dar voce anche a coloro che, per motivi diversi, non possono più avvicinarsi al microfono dell’opinione pubblica.

Rendendo omaggio a personaggi come Sergio Zavoli e Lelio Lagorio l’autore dimostra la sua onestà intellettuale nel riconoscerne il valore umano e professionale, andando oltre le distanze sul piano politico (Pallanti è stato esponente della Democrazia Cristiana fiorentina, ricoprendo più volte incarichi istituzionali).

Ci tengo, infine, a mettere in evidenza la dedica del libro che lo scrittore riserva a parenti ed amici, alcuni dei quali ho conosciuto personalmente anche io. È degna di nota perché rivela la sua attenzione nei confronti delle persone, facendo memoria del bene che hanno fatto nella sua vita.

È anche questo un modo di fare storia.