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Posted on 2Set, 2021

Parlare di scuola guardando la Luna e non il dito.

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di Stefano Liccioli · Si sta per accendere la “luce verde” per un nuovo anno scolastico in tempo di pandemia. Negli ultimi mesi però l’attenzione dei media è stata sì catalizzata dal verde, ma da quello della certificazione detta anche Green pass (tanto per usare l’ennesimo anglicismo), il lasciapassare che il personale scolastico deve avere dal 1 settembre per accedere agli istituti scolastici. Non entro nel merito di tale questione perché se ne è già parlato molto, forse troppo. Non voglio trattare questo argomento perché mi sembra che ancora una volta l’attenzione della gente, riguardo alla scuola, sia condotta a guardare il dito piuttosto che la Luna che viene indicata. Mi spiego meglio. Ritengo che i temi veramente importanti che concernono l’istruzione rimangano spesso sullo sfondo del dibattito pubblico, mentre in primo piano risalta di volta in volta l’emergenza del momento o qualche notizia di colore. Quando le faccende realmente fondamentali finiscono sotto i riflettori, sovente lo fanno sotto forma di slogan come “occorre investire nella scuola!”, “gli insegnanti devono essere pagati di più!” oppure “basta con il precariato dei docenti”. Slogan che in molti casi purtroppo rimangono tali, utili per intervenire in un talk show o per strappare un applauso in qualche conferenza.

Guardare invece la Luna e non il dito significa, a mio avviso, riflettere sul mondo della scuola in modo diverso e riconoscere, per esempio, che se nelle classi è difficile, per non dire impossibile, il distanziamento tra gli alunni così come richiesto dai protocolli per contenere la diffusione del Covid-19 (da qui l’inevitabile ricorso alla Didattica a distanza) ciò dipende soprattutto dall’insufficienza degli spazi delle aule o dall’eccessiva numerosità delle classi descritta con quella discutibile espressione di “classe pollaio”. Quante volte sono stati annunciati investimenti nell’edilizia scolastica, ma spesso i soldi sono stati spesi solo per riparare o ristrutturare ambienti non più adeguati ad una didattica che voglia essere davvero innovativa? Si ripete che “l’ambiente educa”, ma molti degli ambienti in cui alunni ed alunne trascorrono la propria giornata scolastica non hanno, per loro natura, queste potenzialità educative perché si tratta di edifici storici, non idonei ad ospitare quelle buone pratiche didattiche che da più parti vengono sponsorizzate. A volte faccio cattivi pensieri e mi viene in mente che forse si aspetta che il problema del sovraffollamento delle aule si risolva da solo grazie al drammatico calo demografico che sta caratterizzando l’Italia negli ultimi decenni.

Un altro tema che mi sta particolarmente a cuore è quello del reclutamento dei docenti e della loro formazione. È troppo tempo ormai che si assumono insegnati con concorsi straordinari, sanatorie mascherate da “concorsi non selettivi” (un ossimoro più che un vero progetto di reclutamento): in un settore così strategico come la scelta del personale docente non si può essere guidati dall’emergenza. Occorre programmare una politica di assunzioni con largo respiro e prevedere una seria formazione alla professione d’insegnante che non deve essere mai considerata una scelta di ripiego. Attualmente si conosce il percorso per diventare ingegnere, medico, avvocato, architetto, ma non quello per diventare professori di scuola secondaria di primo e secondo grado.

Riservo un’ultima riflessione agli ultimi risultati delle prove INVALSI che sono stati diffusi lo scorso luglio. Confrontando i risultati degli alunni in italiano, matematica ed inglese conseguiti nel 2019 e nel 2021, la scuola primaria è apparsa sostanzialmente stabile, mentre nella scuola secondaria di primo grado non raggiunge livelli adeguati di competenza il 39% degli studenti per Italiano (5 punti percentuali in più sia rispetto al 2018 sia rispetto al 2019), il 45% degli studenti per Matematica (5 punti percentuali in più rispetto al 2018 e 6 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 24% degli studenti per Inglese – lettura (2 punti percentuali in meno rispetto al 2018 e 2 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 41% per Inglese – ascolto (3 punti percentuali in meno rispetto al 2018 e 1 punto percentuale in più rispetto al 2019).

Per quel che concerne la scuola secondaria di secondo grado, i risultati del 2021 (confrontati con quelli del 2019) sono più bassi in Italiano e in Matematica, minime le variazioni in Inglese (sia lettura sia ascolto). Non raggiunge livelli soddisfacenti il 44% degli studenti per Italiano (9 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 51% per Matematica (9 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 51% per Inglese-lettura (3 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 63% per Inglese-ascolto (2 punti percentuali in più rispetto al 2019). Il calo è significativo per Italiano e Matematica, più limitato, con oscillazioni poco più che fisiologiche, per Inglese. Qualche osservatore si è subito affrettato a dare la colpa di questi risultati alla didattica a distanza (DAD) che ha contraddistinto il 2020 ed il 2021. Personalmente sono d’accordo con Roberto Ricci, responsabile dell’ Area Prove Invalsi, che a proposito di questi risultati ha così precisato in un’intervista rilasciata all’Osservatorio economico e sociale “Riparte l’Italia”:«È del tutto inappropriato attribuire i risultati presentati alla DaD, non è corretto e non ci permette di capire bene cosa si può fare, anzi, cos’è necessario fare». Ha poi aggiunto:«Sono troppo alte le quote di allievi che al termine delle scuole medie e delle superiori non raggiungono nemmeno lontanamente i traguardi attesi».

In conclusione mi sento di poter dire che la scuola ha bisogno di un patto trasversale tra le forze politiche che non è più rinviabile e che porti ad una riforma condivisa dei vari gradi d’istruzione, che duri nel tempo e che metta realmente al centro i bisogni educativi degli alunni, senza preoccuparsi delle prossime elezioni, ma interessandosi piuttosto delle prossime generazioni.