Il pensiero politico nel medioevo

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di Francesco Romano • La politica nel pensiero filosofico era per l’antica Grecia un ordine puro e semplice della speculazione e per l’antica Roma un complesso empirico di norme che nei tempi moderni si esaurisce nella soluzione di problemi puramente politici e giuridici. Per il medioevo la politica rappresenta un universale problema religioso e morale.

Il pensiero politico, come tutta la speculazione del medioevo, presenta caratteri che lo contraddistinguono in maniera singolare. Come l’età eroica del cristianesimo, espressione nella storia dello spirito di una intuizione nuova della vita incentrata nelle esigenze della fede, anche il medioevo non poteva non far germogliare in nuove, seppure ibride forme, i germi che l’antichità aveva seminato.

Sul comune e tradizionale terreno dell’aristotelismo vediamo sorgere i sistemi politici che con Aristotele nulla hanno in comune, fuorché l’astratta analogia di postulati preliminari.

Rimangono nella scienza politica le premesse generali sulla natura umana, sulla necessità del vivere sociale e tutto quell’armamentario sillogistico fatto di argomentazioni a priori e per analogia, ma i concetti di Stato, diritto, sovranità e i suoi limiti cambiano totalmente natura, direzione e fine.

Tutto questo lo si comprende bene in quanto tra Aristotele e S. Tommaso c’è di mezzo il simbolo della Croce che ha rovesciato tutti gli antichi valori, ha scisso e contrapposto quello che era armonicamente unito, subordinato, quello che era autonomo e indipendente.

Nella uguale maniera che per i pagani la vita era essa stessa un fine, e per i cristiani un mezzo e un periodo di transizione, così lo Stato e la scienza sociale che avevano avuto un fine ultimo e definitivo nel sistema naturalistico della paganità, non potevano considerarsi nel medioevo che una maniera subordinata e strumentale. In tal modo potremmo dire che nel medioevo non esiste una scienza della politica vera e propria.

Una volta stabilitasi nella coscienza la dualità antitetica tra spirito e corpo, fine terreno e fine ultimo, umano e divino, non c’era altro che una netta separazione tra i due punti di vista e i due fini da poter fornire le condizioni di sviluppo per una vera scienza del diritto, autonoma e indipendente.

Questo sarà il compito del Rinascimento. Invece il medioevo, così desideroso di unità e di pace, assorbì e conciliò in quel suo monismo teologico le diverse e opposte tendenze del suo spirito e della sua storia e le gerarchizzò in una pseudo-unità dualistica che doveva creare i più seri imbarazzi allo sviluppo della nascente scienza del diritto la quale, dovendo rispondere a esigenze così discordi ed eterogenee più che a teorie e sistemi veri e propri, non poteva produrre se non un vario e molteplice corpus di discussioni sociali, morali e teologiche che si fondono, interferiscono o si eliminano a vicenda.

Non una scienza del diritto, dunque, si ebbe nel medioevo, ma un’ibrida fusione di astrazione teoretica e di empirica, di patristica e di esegesi biblica, di teologia e di morale. I filosofi del diritto non sono trattatisti, ma un po’ moralisti, un po’ consiglieri di Stato, un po’ pedagoghi, un po’ teologi. La filosofia del diritto era nel medioevo una scienza pratica. Anche Dante Alighieri afferma di non voler fare opera prettamente speculativa, ma di pratica utilità.

Vero è che questo ibridismo, oltre all’aver portato allo scoperto certi problemi sconosciuti all’antichità, fondamentale quello delle relazioni tra Stato e Chiesa, dette maggior importanza e urgenza di soluzione a problemi che il pensiero antico aveva appena sfiorato. Tale quello della necessità del vivere sociale, dell’origine, dei limiti e fine della sovranità, che Aristotele aveva riguardato da un punto prevalentemente giuridico-morale, e che ora è considerato in relazione a tutto un nuovo atteggiamento, religioso e teologico, dello spirito e della coscienza.

Tutta questa letteratura politica, costituita come era di principi, di aspirazioni disparate e contrarie, non poteva tramandare il suo contenuto se non epurandosi, semplificandosi e sciogliendosi nei suoi elementi costitutivi. In tal modo costituirono le basi di nuove costruzioni e fornirono il materiale alle nuove scuole del diritto naturale, del contratto, della sovranità popolare; dalla Riforma ai regalisti, ai monarcomachi teocratici e gesuiti del secolo XVII fino ai liberalisti rivoluzionari del secolo XVIII.

Il merito della informe filosofia politica del medioevo è stato di aver alimentato di sé tutta la storia del diritto posteriore, anche in ciò che apparentemente sembra più disforme o alieno dallo spirito dei tempi di mezzo.

Dalla concezione della monarchia universale – strumento di pace, simbolo di unità e mezzo per il raggiungimento del fine umano – dal cosmopolitismo teologico del cristianesimo, spuntano i primi germogli del moderno diritto internazionale.

Le prove del medioevo sulla naturale necessità del vivere sociale, forniscono ai contrattualisti e ai filosofi del diritto naturale le prove della inevitabile e logica necessità del patto. Il riconoscimento empirico della naturalis necessitas diventa, attraverso la logica di Hobbes, la lex naturalis, cardine su cui poggia la convivenza sociale.

Il concetto della sovranità popolare, timidamente delineatosi come coronamento e limite della regalità, poi ripreso da Marsilio da Padova come principio autonomo, seppure ancora medievale e teologico, diventerà il punto di appoggio di tutta la filosofia politica del Rinascimento e dei tempi moderni.

Tutta la filosofia del diritto è così nascosta in germe nell’enorme congerie scolastica dei trattatisti medievali.

Nessuna epoca forse fu più travagliata del medioevo, lotta nella vita civile, nel sentimento, nell’intelletto: Aristotele e Averroè, tomisti e scotisti, realisti e nominalisti, fede-teologia e ragione, cosmopolitismo e nazionalità, Chiesa e Impero, Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, guerre tra città e dentro le città.

L’elemento religioso, teologico, patristico che assorbe tutta la speculazione, include e alimenta anche la politica. Spesso nello stesso autore convergono entrambe le attività e i trattati sono insieme teologici e politici. Principale loro scopo è la determinazione delle relazioni tra Chiesa e Stato che è insieme un problema politico e religioso. D’altronde questo fondamentale substrato teologico è messo in evidenza dalle numerose citazioni patristiche, dalle glosse e dall’importanza data dai libri sacri come suprema argomentazione.

Al medioevo è caro il ragionamento per autorità e la Bibbia per conseguenza è l’autorità per eccellenza. Accanto agli argomenti filosofici o storici non mancano quelli che forniscono la Scrittura e i suoi chiosatori.

Da S. Agostino a S. Tommaso, a Bossuet, a Hobbes e Spinoza, il verbo dei libri sacri è stata l’arma tradizionale a sostenere le più opposte teorie. Di qui quella uniformità di argomentazioni, di esemplificazioni e perfino di frasario è il repertorio comune di tutti i trattatisti medievali. Sono questi come i vecchi refusi dello scolasticismo che serviranno poi per nuove composizioni fino a tutto il secolo XVII.

A questa unità morfologica corrisponde anche una più intima uniformità fisiologica rappresentata dal comune metodo scolastico deduttivo. Tesi, antitesi, conciliazioni, distinzioni, sottigliezze, un metodo che ha tutti i difetti dell’aridità, ma giova talvolta a districare o celatamente coprire questioni intricate e spinose.

La politica nel Medioevo rispecchia la lotta che è nel pensiero e nella vita del tempo e, come tutta la filosofia, si affatica anch’essa intorno a un problema di pacificazione, di assestamento e di armonica fusione. Problema fondamentale è quello delle relazioni tra Papato e Impero che, prima dello sviluppo autonomo dei comuni e il compaginarsi delle nazioni, rappresentano i due grandi attori, i due grandi antagonisti della storia medievale. Ai tempi di S. Agostino ciò non poteva avvenire perché mancavano le due contrapposizioni mentre l’Impero si stava disfacendo. Con la incoronazione di Carlo Magno appaiono sulla scena i due protagonisti, l’imperatore restaura l’Impero Romano e il Vescovo di Roma che coronandolo si costituisce come suprema autorità morale al suo fianco. La regalità viene concepita come una forza al servizio della Chiesa anche se di fatto si ingerisce nelle cose sacre.

Allo sfasciarsi dell’impero carolingio la Chiesa accampa maggiori pretese mentre non passerà molto tempo che da parte sua il potere civile oltrepasserà i suoi confini per entrare in quelli specifici della religione. E allora, sul confine conteso, si ingaggerà la battaglia per le investiture e nascerà tutta una letteratura politica con una numerosa schiera di duellanti a servizio delle due parti

Il periodo classico, perciò, della letteratura medievale è il 1300 quando il papato, toccati i vertici della sua ascensione, lancia una sfida che dovrà segnare il principio del tramonto della teocrazia. Bonifacio VIII e Filippo il Bello rappresentano il centro di quella lotta e corrispondentemente a tutto un ampio risveglio degli studi, daranno occasione non più a una ristretta cerchia di polemiche, ma a tutta una vasta produzione di trattati, di discussioni, di sistemi veri e propri che costituiranno i più autorevoli documenti del pensiero politico medievale.

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Francesco Romano

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