Nello studio la preghiera

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di Chiara Castellani · Sono una studentessa di medicina al quarto anno e in questo articolo vorrei parlarvi di come si possa incontrare Dio non solo negli anni di studio ma proprio nelle giornate, nei pomeriggi, nelle alzatacce o nelle nottate di studio.

Scusatemi per la mia pessima scrittura, ho abbandonato le materie umanistiche da quattro anni e in generale non è mai stato un mio talento, scusatemi se i miei pensieri appariranno troppo semplici.

A partire dalla mia esperienza personale -una volta scelta medicina, una volta capito che la mia vocazione era lì- a un certo punto è arrivato il momento per me, come per tutti, in cui sono andata incontro (anzi direi che è stato più uno scontro) con la vita universitaria vera e propria.

Anche a prescindere dai contenuti da studiare, lo studente universitario va incontro a:

  1. Esami enormi, così tanto grandi che sembrano veramente insormontabili, che ti chiedi come cavolo riuscirai a sapere tutte quelle cose, una volta studiata l’ultima ti sei già dimenticata la prima. Oppure piccoli ma numerosi, che devi essere una macchinetta per farli tutti e bene. Frasi classiche: “aiuto oggi devo studiare 7000 pagine e devo fare 200 cose non so come cacchio fare, son disperata mi viene da piangere” “sono in ritardo con il programma, aiuto, non ce la farò mai a passare l’esame”

  1. Materie di logica e di ragionamento – per fortuna a medicina son poche, ammiro chi ha queste doti per dono, ma non sono io e mi accompagna la classica sensazione di essere stupida, di non arrivarci – oppure materie semplicemente diverse, che necessitano di un approccio nuovo che devi imparare da zero.

Frasi classiche:non sei abbastanza sveglia, sai solo imparare a memoria

  1. Stare al passo, il cosiddetto “stare in pari”. Per alcuni questo è ininfluente, per me conta abbastanza, anche per gravare il minor numero di anni possibile sull’economia di famiglia. Un po’ di questa sofferenza è data, lo ammetto, dal paragone con gli altri e mi dico: cacchio Chiara ma perché alcuni riescono e altri no?

Frasi classiche: “non sono abbastanza tenace e determinata per studiare ore e ore e laurearmi in tempo” “non sono abbastanza veloce a studiare” “non sono abbastanza coraggiosa e intelligente per fare un esame ragionando, devo sapere tutto quindi rimando l’appello”

Capite bene che con questi pensieri il mio sport preferito è diventato il Salto dell’Appello.

Quando ho sbagliato l’approccio con Anatomia, studiata male per ben due mesi, rimandando quindi l’appello di altrettanti mesi, oltre a “non sono intelligente” la cosa è diventata addirittura più tragica, tipo “non ce la farò mai a laurearmi”.

C’è molto il non sentirsi mai adeguati e mai pronti a dare quell’esame, anche perché la responsabilità che si ha nello studiare grava tantissimo su tutto. Non posso permettermi di studiare male, devo studiare sempre bene, e non per ambizione ma per necessità, e questo non mi permette di buttarmi negli esami. Lo considero anche un pregio, perché le cose vanno fatte bene, sono le basi per comprendere materie nuove. In futuro non ci sarà nessuno ad aiutarmi, le cose le dovrò sapere da sola, sarò io che dovrò sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato e per quali motivazioni avrò dato quel giudizio.

Mi son resa conto che il mio problema è spesso la mancanza di fiducia in me stessa, che mi porta a pensare di non riuscire a raggiungere i miei obiettivi e che le difficoltà che ho siano troppo grandi. Per me sconforto, ansia e depressione sono una dolce tentazione in cui indugio spesso.

Non ho risolto i problemi con la mia autostima, continuo a non avere soluzioni. Però ho fiducia nel lavoro e nella creazione di Dio. Credo fermamente che nessuno di noi sia un caso, che ci sia un disegno per ognuno di noi, don Fabio Rosini dice “ci sono delle cose che solo tu potrai fare, delle persone che solo tu potrai amare”.

A cosa serve avere un’autostima quando hai la consapevolezza che sei stato voluto, pensato e desiderato da sempre, dall’alba dei tempi? Quando hai la consapevolezza che sei qui per un motivo, anche se a volte non sai qual è? Quando riconosci che c’è un Dio che ha affrontato la croce, l’infamia, il deserto, e che è morto, e ha sconfitto la morte, per averti, per la tua salvezza?

E posso, attraverso il Suo aiuto, essere una brava persona e brava nel mio lavoro anche con le mie fragilità. Una volta mi è stata mandata una frase di un pastore protestante che ritengo molto vera e bella: “God doesn’t call the qualified, He qualifies the called”. Mi ha risollevata dal mio sentirmi perennemente inadeguata, perché se mi lascio plasmare ho fiducia di non sbagliare. Ho capito anzi che questa grande insicurezza può essere la più grande porta attraverso cui posso vivere concretamente il mio essere prima di tutto figlia di Dio. Una cosa mi risulta difficile perché sono umana, perché sono limitata, ed è in quel limite che Dio mi cerca per affrontare quella difficoltà.

Se fossi onnipotente, onnisciente, che bisogno avrei di Dio?

Se avessi già la vita in tasca, come potrei riconoscermi piccola?

E’ in quella debolezza che Dio mi cerca. E’ lì “apposta”, non è che sono “da aggiustare” come spesso mi piace raccontarmi per vivere la mia dolce tentazione.

E’ una porta che in qualche modo mi è stata data, con cui sono nata, congenita, attraverso cui, con uno sforzo ben orientato, anziché rimanere nella mia disperazione, posso entrate in relazione con Lui.

Talvolta, quando sento che l’ansia per l’esame è incontenibile tanto da non riuscire a farmi concentrare, chiedo in preghiera anche di aiutarmi a gioire del mio studio, a studiare per il nutrimento stesso che mi dà, nonostante quell’ansia e cercando di dimenticare le pressioni che mi portano a cercare di dare l’esame quel determinato giorno.

Cerco di affidarGli le mie ore di studio dicendomi “questo è il Tuo tempo e dedico queste ore a Te”. Gli dedico il mio tempo di studio e di sacrificio, lo sforzo mentale di rimanere concentrata un’altra ora, di ripetere ad alta voce quell’argomento così ostico, di non perdere fiducia anche se ogni cellula del mio corpo grida che non riuscirò a passare l’esame.

In questo modo lo studio diventa preghiera. E devo dire che mi aiuta.

E’ a Lui che devo rivolgermi nei momenti di difficoltà, in Lui riporre fiducia quando mi sento persa, a Lui chiedere consiglio, attraverso lo Spirito Santo, quando devo prendere una scelta, essere docile e mite, e mettermi in ascolto, perché il tumulto non è cosa di Dio.

In me non posso sperare, io da sola non riesco, ma in Te spero.

Questo discorso dei limiti non vale solo per lo studio. In particolare l’anno scorso ho potuto sperimentarlo anche nelle relazioni: “non ce la farò mai a far pace con quella persona”, o in passato con la mia famiglia: “non ce la farò mai a rinconciliarmi con i miei”.

Bisogna aver fede e continuare e lavorare giorno dopo giorno in modo sincero e incessante, in ogni ambito in cui la nostra natura, limitata, sentiamo che ci allontani dalla pace e dalla gioia promessa.

Ritengo quindi che i miei difetti e le mie debolezze siano squarci attraverso cui entrare in relazione con Dio, grazie all’aiuto dello Spirito Santo.

Se così non fosse sarei solo un muro freddo e pieno di sé. Del resto purtroppo è già così per tanti medici e non solo.

Certo, non vivo bene appena distolgo lo sguardo da questa consapevolezza.

Alla fine si sa che non si studia per laurearsi ma per plasmare la mente, scoprirsi nelle difficoltà e per riscoprire ogni giorno la propria vocazione.

Per ricordarmi che non ci sono solo le mie forze, mi ripeto una frase che non so bene se sia di Sant’Agostino o di Sant’Ignazio di Loyola: “agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo che in realtà tutto dipende da Dio”.

Quindi sono in buone mani.

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