
di Andrea Drigani · Il 31 luglio Papa Leone XIV ha confermato il parere affermativo del Dicastero delle Cause dei Santi circa il titolo di Dottore della Chiesa universale che verrà conferito a San John Henry Newman (1801-1890).
Francesco Cossiga (1928-2010), che ricoprì i ruoli di Presidente del Consiglio dei Ministri, di Presidente del Senato e di Presidente della Repubblica, un anno prima di morire nel 2009 scrisse un articolo sulla rivista «Vita e Pensiero» dedicato a John Henry Newman.
Cossiga esordiva affermando che, durante il Concilio Vaticano II, ci si riferì a Newman, insieme al filosofo e teologo Antonio Rosmini (1797-1855), come a un ispiratore e «padre assente» del concilio.
A tal proposito il filosofo cattolico Jean Guitton (1901-1999) aveva scritto: «I grandi geni sono dei profeti sempre pronti a rischiarare i grandi avvenimenti, i quali, a loro volta, gettano sui grandi geni una luce retrospettiva che dona loro un carattere profetico. E’ come il rapporto che intercorre tra Isaia e la passione di Cristo, reciprocamente illuminati: così Newman rischiara con la sua presenza il Concilio e il Concilio giustifica Newman».
Cossiga indicava, in particolare, tre «spazi conciliari» nei quali, a suo parere, fu grande l’influenza del pensiero di John Henry Newman. Il primo riguardava il concetto di libertà ed il primato della coscienza, il secondo concerneva la definizione della posizione del laicato e della sua funzione nella Chiesa, il terzo fu quello del ritorno dello studio teologico e della catechesi alla Bibbia e ai Padri della Chiesa.
Circa il rapporto tra coscienza e libertà Cossiga ricordava come Newman lo aveva esposto nella celebre «Lettera al Duca di Norfolk», dove affermava che la coscienza non era il diritto di agire a proprio piacimento, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti.
La coscienza – sosteneva Newman – è l’originario vicario di Cristo. E aggiungeva: «Per timore di non venire fraintesi, debbo ripetere che quando parlo di coscienza, intendo quella coscienza intesa nel suo vero significato. Per avere il diritto di opporsi all’autorità suprema, benchè non infallibile, del Papa, essa dev’essere qualcosa ben maggiore di quell’infelice contraffazione che viene ora popolarmente intesa».
A proposito dei laici, Cossiga rammentava che già nel suo saggio storico sull’arianesimo Newman aveva messo in luce come di fronte all’imperatore e alla maggioranza dei vescovi che avevano aderito alla tesi di Ario o che tacevano, furono i laici, i semplici fedeli, che tennero salda la retta fede e rimasero nell’ortodossia e ad essa assicurarono la fedeltà alla Chiesa.
Cossiga poi rammentava la specifica opera «Sulla consultazione dei fedeli laici in materia di fede» nella quale Newman spiegò come il popolo di Dio, tutto il popolo di Dio e quindi anche i laici, sia soggetto di infallibilità e come sia non soltanto lecito, ma doveroso sentire i laici in materia di fede.
Venendo al terzo «spazio conciliare», Francesco Cossiga notava che l’originale dottrina di Newman sullo sviluppo del dogma aveva posto in luce che la storia, la storia dell’uomo, nella quale si è manifestata la Rivelazione e si svolge la storia della sua salvezza, con le ricerche e l’esperienza umana dilata e precisa il significato del dogma e ne amplia gli orizzonti.
La Scrittura e la Tradizione – proseguiva Cossiga – che si sono venute disvelando nella storia, sono state illuminate dalla storia della Chiesa che è parte, o meglio, comprende la storia per così dire «profana», attraverso lo studio, la meditazione, la preghiera e la testimonianza non solo di vescovi e teologi, ma anche dell’intero popolo di Dio.
Può certo considerarsi un miracolo intellettuale – concludeva Francesco Cossiga – che John Henry Newman avesse compreso e formulato questa legge di sviluppo della Chiesa, attraverso e grazie alla storia, che è sempre, in un Suo misterioso disegno, la storia di Dio.

