di Leonardo Salutati · Anche l’anno scorso, secondo le statistiche presentate da Worldometer, l’aborto indotto è risultato la prima causa di morte al mondo. Una guerra mondiale contro i bambini nel silenzio di politici, mass media e filantropi vari. Solo il mondo cattolico continua a denunciare l’immane tragedia. Alla data in cui questo articolo viene scritto (fine luglio 2025) i dati di Worldometer riportano la cifra di 25,82 milioni di aborti dall’inizio del 2025, pari a circa al numero di militari e civili morti a causa della Prima guerra mondiale.
Le statistiche presentate da Worldometer rivelano che nel 2024 sono state oltre 45 milioni le morti per aborto in tutto il mondo. Il sito raccoglie dati da governi e altre organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e li pubblica ogni giorno. Addirittura, un rapporto del 17 maggio 2024 di quest’ultima organizzazione riporta che «ogni anno nel mondo si verificano circa 73 milioni di aborti indotti» se si considerano anche le forme di aborto non sicuro, ovvero «una procedura di interruzione di gravidanza eseguita da persone prive delle informazioni o delle competenze necessarie o in un ambiente non conforme agli standard medici minimi, o entrambi».
Considerando che lo scorso anno 67,1 milioni di persone sono morte per cause diverse dall’aborto, in termini percentuali, su un totale di circa 140 milioni di persone morte per aborto, cancro, AIDS, incidenti stradali, suicidio e malattie diverse, gli aborti costituiscono circa il 52% di tutti i decessi nel mondo.
Negli USA ogni anno vengono abortiti poco meno di un milione di bambini e, sebbene i tassi di aborto siano diminuiti nell’ultimo decennio, l’aborto rimane la principale causa di morte. Si stima che 66 milioni di bambini siano stati abortiti negli Stati Uniti dalla sentenza Roe contro Wade del 1973.
Per quanto riguarda l’Italia, in base ai dati ufficiali forniti dal ministero della Salute, il numero totale degli aborti legali tra il 1978 (anno di approvazione della legge 194) e il 2022 sfiora i 6 milioni (5.987.323). Nel 2022 sono stati 64.703, pari al 13% delle gravidanze, con un tasso di abortività totale di 206 donne su mille. Sempre nel 2022 si è registrato il sorpasso degli aborti effettuati con metodo chimico (la pillola Ru486) rispetto a quello chirurgico che, «oltre ad essere quattro volte più rischioso di quello chirurgico e dieci volte più mortale incoraggia la diffusione dell’aborto fai-da-te». Infine, la crescente diffusione delle cosiddette “pillole dei giorni dopo” rende più difficile stimare l’esatto numero di mancate gravidanze, perché complica le procedure di calcolo a causa della perdurante incertezza sulla sua modalità d’azione, cioè se sia davvero contraccettiva o piuttosto abortiva. A suggerire, tuttavia, che le “pillole dei giorni dopo” (di cui sono state vendute oltre 762mila confezioni nel 2022) alimentino una criptoabortività contribuisce la constatazione che l’abortività delle donne sotto i 19 anni raggiunge l’11%, una quota ritenuta elevata dagli addetti del settore.
Al di là dei costi sostenuti in Italia per le interruzioni volontarie di gravidanza, stimati al 2022 per i 44 anni di applicazione della legge 194/1978 in circa 7 miliardi e 290 milioni di euro, di cui circa 56 milioni di euro nel 2022, si pone il fatto significativo e grave che l’embrione, la cui origine si colloca con la singamia, ovvero coincide con l’unione fra i due gameti (maschile e femminile) che sinteticamente viene definita fecondazione, è sempre “qualcuno” e non è mai “qualcosa”; fin dal suo inizio è un essere vivente dotato di un DNA unico, che lo rende differente dalla madre, che già indica se il bambino sarà maschio o femmina, il colore degli occhi e dei capelli, l’altezza, possibili malattie genetiche e altre disabilità e molto altro. Nella stragrande maggioranza dei casi, il cuore dei feti già batte quando vengono abortiti.
Nel 2019 Steve Jacobs, dell’Università di Chicago, biologo (la categoria scientifica più qualificata per parlare di vita e suo inizio), ha effettuato un sondaggio inviando un questionario a migliaia di biologi di oltre 1.000 università in tutto il mondo. Dei 5.577 biologi che hanno partecipato al sondaggio, ben 5.337 hanno concordato con l’affermazione che la vita umana inizia al concepimento. Di questi l’85% si è identificato come pro-choice (favorevole all’aborto) e il 65% come non religioso. Emerge che da una prospettiva biologica generale, il feto è considerato una vita.
Nonostante questa evidenza, da un punto di vista giuridico, nella stragrande maggioranza dei casi si continua a ragionare sullo schema logico della sentenza della Corte Suprema degli USA del 1973 Roe contro Wade, in base alla quale si decide che un embrione o un feto per un determinate periodo di tempo (nel primo trimestre per la Roe contro Wade) non è persona capace di essere titolare di diritti meritevoli di tutela e che il diritto alla vita privata previsto dalla Costituzione include il diritto ad abortire (Roe contro Wade).
Di parere assolutamente diverso è la tradizione della Chiesa, che ha sempre sostenuto che la vita umana debba essere protetta e favorita fin dal momento del concepimento, ritenendo uno sconfinamento di disciplina da parte delle scienze biologiche e giuridiche, esprimere un giudizio decisivo su questioni propriamente filosofiche e morali come quella del momento in cui si costituisce la persona umana titolare di diritti (quando viene considerato diverso dal momento in cui è accertabile la vita umana).
Come precisa la Dichiarazione sull’aborto procurato del 1974 della Congregazione per la Dottrina della Fede, «Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni, ed alcuni sono più preziosi, ma quello è fondamentale, condizione di tutti gli altri. Perciò esso deve essere protetto più di ogni altro. Non spetta alla società, non spetta alla pubblica autorità, qualunque ne sia la forma, riconoscere questo diritto ad alcuni e non ad altri […]. Non è il riconoscimento da parte degli altri che costituisce questo diritto; esso esige di essere riconosciuto ed è strettamente ingiusto il rifiutarlo» (n. 11).
Papa Francesco, in occasione della conferenza Stampa durante il volo di ritorno dalla visita apostolica in Belgio, il 29 settembre 2024, alla domanda su come «far coincidere il diritto alla vita, la difesa della vita, e anche il diritto delle donne ad avere una vita senza sofferenze», così si è espresso: «Le donne hanno diritto alla vita: alla vita loro, alla vita dei figli. Non dimentichiamo di dire questo: un aborto è un omicidio. […] E i medici che si prestano a questo sono – permettimi la parola – sono sicari. […] E su questo non si può discutere. Si uccide una vita umana. E le donne hanno il diritto di proteggere la vita».

