Quarant’anni senza Giancarlo Siani. Ma la sua lezione di giornalismo è ancora viva.

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di Stefano Liccioli · Lo scorso settembre sono trascorsi quarant’anni dall’omicidio di Giancarlo Siani, corrispondente de’ “Il Mattino” che indagava sui legami tra Camorra, politica e affari nel territorio di Torre Annunziata. Nato nel 1959, Siani – con la sua Olivetti M80 – realizzò oltre 650 articoli e inchieste tra il 1979 e il 1985. Quando scriveva «Da grande voglio fare il giornalista» non era un semplice titolo, ma un vero manifesto di vita. Nonostante la precarietà della sua condizione professionale, viveva ogni notizia dentro la redazione o tra le strade, portando alla luce storie di emarginazione e malaffare con rigore e passione. Egli non si limitava a raccontare i fatti, ma li spiegava anche e fu proprio questa sua lucidità di analisi del mondo malavitoso partenopeo a renderlo un pericolo per i clan camorristi.

Il suo stile si fondava su una prosa essenziale, verifiche rigorose delle fonti e un’intuizione capace di collegare fatti apparentemente scollegati. Ogni dettaglio veniva trattato come una tessera di un puzzle più ampio, raccontato senza filtri e con l’orecchio teso alle voci di strada, tra scarpe consumate e notti in redazione. L’inchiesta che lo rese davvero scomodo riguardava le alleanze tra il boss Valentino Gionta, il clan Nuvoletta e la mafia siciliana di Totò Riina, smascherando connessioni tra Camorra, politica e affari. La sera del 23 settembre 1985, a soli 26 anni, Siani fu ucciso con colpi alle spalle sotto casa al Vomero: quella condanna a morte firmata dalla Camorra segnò non solo la fine della sua vita, ma un monito per l’intero Paese.

Quarant’anni dopo, la memoria di Siani resta viva attraverso la Fondazione a lui intitolata, i progetti nelle scuole e i reading pubblici in cui studenti e studentesse imparano che «dimenticarlo sarebbe come ucciderlo un’altra volta». La sua Olivetti M80 e la Citroën Mehari verde continuano a viaggiare per l’Italia come simboli di verità e coraggio, invitando i giovani cronisti a non cedere al silenzio.

La vicenda di Siani mette in luce anche il dramma del precariato: morì da freelance senza tutele contrattuali, una condizione che riguarda ancora oggi migliaia di professionisti dell’informazione con redditi che non sono adeguati per una vita dignitosa. La stabilità lavorativa non è un privilegio, ma la garanzia di un’inchiesta libera da condizionamenti e interessi economici.

Il sacrificio di Giancarlo ci rammenta infine il valore della libertà di stampa che è un pilastro della democrazia e, come ha ricordato il Presidente Mattarella, «l’assassinio dei giornalisti è un assassinio delle nostre libertà, di una parte di noi a cui la comunità non intende rinunciare». Ogni cronista caduto è un pezzo di verità che rischia di sparire, un segnale di quanto alto sia il prezzo quando il potere desidera restare nell’ombra. Nei teatri di guerra il giornalista diventa obiettivo deliberato. A Gaza, tra ottobre 2023 e agosto 2025, sono stati uccisi oltre duecento professionisti dell’informazione, un bilancio che secondo il sindacato dei giornalisti palestinesi ha raggiunto le 246 vittime, rendendo questo conflitto il più letale per la stampa nella storia recente. Far tacere chi documenta le violazioni dei diritti umani significa cercare di cancellare ogni prova degli abusi.

Proteggere i cronisti significa garantire ai cittadini il diritto a sapere. Serve un impegno internazionale concreto: corridoi umanitari dedicati ai media e meccanismi di sanzione contro chi ordina attacchi. Solo assicurando condizioni di lavoro protette potremo mantenere vivo quel controllo democratico sulle scelte politiche e militari che determinano il destino dei popoli.

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Stefano Liccioli

Tutte le storie di: Stefano Liccioli