Rispetto. Generare relazioni autentiche. Un intervento dell’arcivescovo di Firenze.

800 456 Gianni Cioli
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di Gianni Cioli · Lo scorso 24 novembre, nell’aula liturgica della parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa a Torregalli, l’Arcivescovo Gherardo Gambelli ha presieduto la Veglia diocesana di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa, collegata alla omonima Giornata Nazionale. Si è trattato di un momento significativo e intenso anche se, purtroppo (complice forse il maltempo), vi è stata una partecipazione più ridotta rispetto a quella che si era vista in occasione della analoga celebrazione svolatasi lo scorso anno nella parrocchia dei Santi Giuseppe e Lucia al Galluzzo il 19 novembre 2024.

Il significato dell’evento, anche in rapporto al tema della Giornata nazionale, è stato efficacemente espresso dall’Arcivescovo nell’omelia pronunciata durante la Veglia, di cui mi permetto di riportare un ampio stralcio:

«Martedì scorso, il 18 novembre, la Chiesa italiana ha celebrato la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Per motivi organizzativi, nella nostra diocesi, abbiamo spostato a stasera la veglia di preghiera per questi nostri fratelli che hanno sofferto e continuano a soffrire per il peccato di chi, proprio nella Chiesa, ha profanato in maniera devastante la richiesta del Signore che, anche oggi, è risuonata nel Vangelo “Lasciate che i piccoli vengano a me”.

Per questo peccato tutta la Chiesa e anche la nostra Chiesa fiorentina intende chiedere perdono in ginocchio e non cessa di pregare con umiltà il Signore onnipotente affinché lenisca le sofferenze, risani le ferite e trasformi le esperienze di morte in esperienze di risurrezione.

Questa occasione di preghiera vuole essere anche un richiamo per la nostra Chiesa a promuovere una rinnovata cultura della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, come peraltro ci stimola a fare il tema che è stato scelto per questa V Giornata Nazionale di preghiera: Rispetto. Generare relazioni autentiche.

Come ricorda Chiara Griffini, Presidente del Servizio Nazionale Tutela Minori, della CEI: “Promuovere una rinnovata cultura della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nelle Chiese che sono in Italia significa chiederci come nelle relazioni che animano la vita ecclesiale ci assicuriamo quel dettaglio che può fare la differenza: il rispetto. È il rispetto la sostanza etica a cui ancorare le nostre relazioni ecclesiali, quelle verticali come quelle orizzontali, affinché l’altro sia riconosciuto come tale: altro da me, differente. Di fronte all’altro non solo ci è chiesto di toglierci i sandali per rispettarne la sacralità e l’originalità di cui ciascuno è portatore”. Ci è chiesto anche di “imparare a ‘chiedere permesso’, per incontrarne la vulnerabilità come tratto dell’umano da integrare e custodire, sempre e ovunque. È il rispetto la garanzia di quel limite oltre al quale non si può mai andare, così che i legami non diventino mai legacci e l’altro non sia ridotto da soggetto libero, creativo, a oggetto manipolato. E il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti di quella essenza che ci accomuna al di là di ogni gerarchia verticale e ci appartiene come esseri umani”.

Generare relazioni autentiche nella comunità ecclesiale significa quindi imparare a porsi di fronte agli altri senza mai autocentrarsi, rifuggendo le tentazioni del narcisismo e mirando, bensì, a collocare il Signore al centro della relazione. Le relazioni in cui mettiamo noi stessi al centro, anche quando non portino a condotte riconducibili ad un abuso, sono infatti, in qualche misura, un uso (per un proprio scopo) delle persone e, tendenzialmente, un impedimento all’incontro dei piccoli con il Signore a cui, di fatto, ci sostituiamo. Le relazioni non autentiche confliggono, pertanto, con la richiesta del Signore: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite”. Le relazioni inautentiche nella Chiesa ostacolano l’incontro con il Signore, delle persone in genere e dei bambini in specie.

Di fronte a una cultura dominante che tende sempre più a fare del narcisismo un modello di vincente di governance, è dunque necessario che, nella Chiesa, comprendiamo l’urgenza di testimoniare il valore dell’umiltà evangelica come criterio principe per instaurare e mantenere relazioni autentiche e, non ultimo, come criterio autentico di governo».

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