«Sono un figlio di Agostino». Papa Leone visto da vicino

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di Antonio Lovascio · Unione, fratellanza, pace e giustizia sociale: sono queste le parole-chiave di Papa Leone, coniugate con un’esortazione: “Camminiamo insieme”. Scandite, con incessanti richiami ad una “pace giusta” per le guerre in corso, nel viaggio apostolico in Turchia e Libano, nell’incontro-dialogo con le Chiese cristiane attingendo alle origini, nei primi atti del suo pontificato. Tracciandone così le vie maestre ecclesiali e pastorali. Partendo innanzitutto dall’eredità di pensiero e di dottrina del suo padre spirituale, sant’Agostino, e dei due pontefici che lo hanno preceduto nel ministero petrino: papa Benedetto XVI (per il quale Agostino è stato il primo dei maestri che hanno segnato la sua vita e la sua opera) e papa Francesco, con cui si è posto in una sostanziale linea di continuità su tutti i temi fondamentale della missione della Chiesa, aggiornandola con mirati interventi, che nel linguaggio corrente definiremmo “chirurgici” . Emerge così un intimo ritratto spirituale del nuovo Papa, segno di speranza per la Chiesa e per il mondo.

Lasciando a teologi e vaticanisti più esperti il compito di analizzare i segni di un Magistero appena avviato, da operatore della comunicazione sono invece interessato all’approfondimento del profilo umano del primo papa americano offerto dai Media. Sulle radici Usa di Robert Prevost ci ha portati il documentario (“Leo from Chicago”) realizzato dal Dicastero della Comunicazione e visibile sui canali vaticani, insieme a León de Perú, presentato nel giugno scorso, sugli anni di missione nel Paese sudamericano. L’infanzia, i legami familiari, le amicizie, gli studi, la formazione, la vocazione, i primi passi nella vita consacrata, l’impegno sociale: il viaggio statunitense, compiuto dai giornalisti Deborah Castellano Lubov, Salvatore Cernuzio e Felipe Herrera-Espaliat, si snoda nei quartieri di Chicago, a partire dalla casa di famiglia nella zona periferica di Dolton, con i ricordi e i racconti dei due fratelli Louis Martin e John. Poi gli uffici, le scuole e le parrocchie guidate dagli Agostiniani; la Catholic Theological Union; i luoghi frequentati dall’allora padre Robert Francis Prevost come il ristorante Aurelio’s Pizza o il Rate Field, lo stadio della squadra dei White Sox. Ma l’itinerario si amplia fino alla Villanova University, a pochi chilometri da Philadelphia, e a Port Charlotte (Florida), residenza del fratello maggiore.

Circa 30 i testimoni legati all’attuale Pontefice che, attraverso storie, aneddoti, fotografie e filmati, aiutano durante il documentario a focalizzare la figura di un agostiniano che dall’8 maggio è stato chiamato a guidare la Chiesa universale. Un uomo che già da bambino mostrava una propensione alla vita religiosa, giocando a celebrare la Messa e recitando le preghiere in latino; che da giovanissimo ha abbracciato il percorso di discernimento per entrare nell’Ordine di Sant’Agostino; che ha intrapreso studi matematici e teologici, stabilendo legami autentici coi compagni di corso e impegnandosi anche in iniziative a favore della vita. Un uomo che ha lasciato la sua terra per andare in Perù e che ha guidato con tratto sereno e leadership decisa uno degli Ordini religiosi maggiormente diffusi al mondo. Un uomo che ascoltava la musica anni ’60-70, che amava guidare, guardava la Tv, seguiva il baseball.

Un Prevost più “ italiano” lo troviamo invece nel libro “Leone XIV. Chi dite che io sia? Sono un figlio di Agostino”, da poco edito da Cantagalli, scritto dal vaticanista Rai  Ignazio Ingrao insieme a padre Giuseppe Pagano, priore della Comunità agostiniana fiorentina di Santo Spirito, legato al pontefici da quarant’anni di solida amicizia. Il volume accompagna con abbondanza di informazioni e curiosità i primi passi di Leone XIV, “il Papa dell’ascolto, della vicinanza, della comunione, del dialogo, della pace sulle orme di Francesco” . Che difende i diritti dei migranti e critica con forza le politiche trampiane di rimpatrio; mette in guardia dai pericoli dell’intelligenza artificiale e sollecita la Big Tech ad agire con senso di responsabilità. Il libro ci orienta nell’inquadrarne la spiritualità e la teologia – quella che solitamente definiamo visione di Chiesa – senza perdere di vista il profilo umano, compresa la passione per il tennis praticato (ora a Castelgandolfo, nelle pochissime ore settimanali di riposo), per nuoto, baseball e calcio. Insomma un Papa sportivo, come Giovanni Paolo II, che amava sci e nuoto. Ben evidenziati gli aspetti del suo carattere: la mitezza, il garbo, la gentilezza, la sobrietà, la semplicità nelle relazioni e nello stile di vita, la prudenza non amando le situazioni di contrasto. Una figura riservata e timida, ma aperta alle sorprese nel contatto con la gente.

Un ritratto completo, delineato con testimonianze dirette e aneddoti del tutto inediti. A partire dal rapporto del primo pontefice americano con la sua famiglia religiosa (risponde sempre ai messaggi sul cellulare dei suoi confratelli, si interessa di loro) che ha guidato per dodici anni come Priore generale, dopo la lunga esperienza missionaria in Perù, e il ritorno a Chicago come Provinciale degli Agostiniani.

La narrazione di padre Pagano inizia dal 1983, quando “padre Bob” e “padre Beppe” si incontrano per gli studi al Collegio internazionale di Santa Monica a Roma. Erano tempi di “serate belle, dopo discussioni sul carisma agostiniano e il modo di viverlo nei diversi Paesi del mondo”. “A Prevost – scrive padre Pagano – piaceva cantare e noi gli abbiamo insegnato i canti italiani mentre imparavamo quelli inglesi e spagnoli. Amava le gite pasquali fuori porta e ancora rammentiamo le vacanze in Trentino sul lago di Levico, dove ci divertivamo con il pedalò. Questo spirito lo abbiamo mantenuto anche dopo, in altri lunghi viaggi fatti insieme. Tra l’aereo e la macchina, lui preferisce l’auto: così siamo andati in macchina in Belgio e in Slovacchia. Un altro ricordo importante è quando sono andato a Washington per imparare l’inglese. Venne a prendermi all’aeroporto, mi portò a Chicago, guidando tutta la notte per 1200 chilometri” .

Il racconto si fa ancora più intimo quando il priore richiama l’amicizia che ha unito il Papa a tutta la sua famiglia: “Ha celebrato il matrimonio di mia sorella, è venuto a trovare mia madre in casa di riposo, ha partecipato al suo funerale, ha dormito da mio fratello. Gesti semplici, ma significativi ”.

Una semplicità che si accompagna a una particolare cura per la liturgia, che deve essere fedele allo stile solenne e sobrio della tradizione romana: “ Il Santo Padre – commenta padre Pagano – è sempre stato attento alla bellezza del rito che esprime la crescita armonica del corpo del Signore, come l’ultima volta che ha celebrato qui a Santo Spirito, il 7 aprile 2024, per il restauro del dipinto della Trasfigurazione di Pier Francesco Foschi”. Alla fine, quel giorno, Prevost ha apprezzato il servizio in Basilica dei volontari laici ma anche la fraterna convivialità (con un assaggio di bistecca alla fiorentina) della Comunità agostiniana guidata da “padre Beppe”. Ora il rapporto continua e lievita con la creazione del Centro Studi Leone XIV, nel quale sono impegnate – con la Villanova University, dove il Pontefice si è laureato in matematica e filosofia – la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e l’Università di Firenze.

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Antonio Lovascio

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