di Andrea Drigani · Lo scorso 13 aprile Papa Leone XIV, durante l’omelia pronunciata nella Basilica di Nostra d’Africa ad Algeri, ha, tra l’altro, affermato: «Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori. Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto».
In questi diciannove martiri vi sono i sette monaci trappisti di Tibhirine dei quali il 21 maggio si ricorda il trentesimo anniversario del loro sacrificio.
Nel 2010 uscì il film «Uomini di Dio» del regista Xavier Beauvois, premiato al Festival di Cannes, che ripercorre in modo mirabile la loro storia.
Nel 2016 le Edizioni San Paolo pubblicarono il volume «L’Altro, l’Atteso» che raccoglieva le omelie di padre Christian de Chergé, priore del monastero trappista di Notre Dame de l’Atlas a Tibhirine.
Christian de Chergé era nato a Colmar in Francia nel 1937, ordinato prete nel 1964, era entrato nell’Ordine Cistercense nel 1969, e nel 1971 era stato inviato, in Algeria, al monastero di Tibhirine.
Viene rapito, insieme ad altri sei monaci, nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1996; le loro teste furono ritrovate il 30 maggio, mentre i loro corpi non furono mai trovati.
Le esequie furono celebrate, nella Basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri, il 2 giugno assieme a quelle del cardinale Leon-Etienne Duval (1903-1996).
L’8 dicembre 2018 i sette monaci martiri, nel Santuario di Nostra Signora di Santa Cruz a Orano in Algeria, vennero proclamati Beati.
Nell’omelia della Messa della Notte di Natale del 1995 (cinque mesi prima della morte) padre Christian de Chergé esordiva rilevando di non essere né fieri né tranquilli in quella notte, però era stato dato un segno, una speranza, una garanzia: Dio con noi.
Il segno della gloria di Dio e della pace possibile offerta agli uomini è unico: è un bambino, un neonato.
Sappiamo – aggiungeva – che Dio ha parlato agli uomini, nel libro dei libri. Ma noi tutti non sappiamo leggere bene. Si può passare accanto alla Parola di Dio senza sentirla. Si può anche passare accanto al Figlio di Dio senza vederlo. Lasciamo che questo bambino ci offra il suo messaggio in tre parole: Gloria, Pace, Amore.
Gloria! Appartiene solo a Dio. Ed ecco che viene proclamata sopra la culla di un neonato. Lasciare che Dio sia Dio dove l’uomo non andrebbe mai a cercarlo, dove non avrebbe potuto immaginarlo. Non c’è altro Dio che questo Dio che non sa più come fare per rivelarci il suo amore invincibile.
Pace! E come? E’ un segno disarmato: nudo, sulla paglia, senza difese, esposto, dipendente. Possiamo riconoscere in lui tutti coloro che vengono avanti a mani nude nella vita, anche di fronte agli uccisori nascosti nell’ombra. Dio è disarmato anche davanti a noi. Ed è un segno disarmante perché davanti ad un bambino si depongono le armi e perfino le minacce. Nessuno può, in nome di Dio, prendere in mano armi che uccidono gli uomini.
Amore! E’ la parola che chiarisce tutto. Non ci sono altri segni di Dio o in Dio che non siano segni d’amore. Il bambino ci parla d’amore, esige l’amore e dona l’amore. Il bambino è il segno che «Dio è amore» e che anche l’uomo, a sua immagine, è amore. Quel Bambino – concludeva padre Chergé – ci toccherà seguirlo, con lo sguardo, con l’orecchio. Ha qualcosa da mostraci, da dirci, da svelarci. Che cosa? Quello che siamo: creati per la gloria di Dio e per essere artigiani di pace sulla terra.

