La fortuna di essere irrilevanti? Invito alla lettura del saggio di Armando Matteo

324 500 Stefano Tarocchi
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Armando Matteo, teologo, che dal giugno 2022 è il segretario per la sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, ha recentemente pubblicato questo saggio (La fortuna di essere irrilevanti, San Paolo, Milano 2026) declinato in cinque agili capitoli.
È significativo il sottotitolo: Trasformazioni strutturali di una chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla, come pure è molto interessante la dedica: “A Papa Francesco, che mi ha fatto il dono di lasciarmi semplice e teologo con l’impegno ad essere un teologo semplice”.

Matteo parte dalle tante indagini sociologiche che gettano un grido d’allarme sulla situazione della Chiesa di oggi. E comincia da quello che lui ritiene l’infinito sinodo sulla sinodalità, collegato ai tanti cammini sinodali di alcune conferenze episcopali nazionali – riprenderà il tema nel terzo capitolo. Guardando agli eventi dell’anno giubilare 2025 da poco trascorso, Armando Matteo aggiunge che non è raro che quanti chiedevano decidere le linee pastorali con i sondaggi sembra che credano realmente alle statistiche. Indubbiamente l’asse da cui muove questo volume, uno dei numerosi saggi che ha pubblicato, sembra essere la questione del “cambiamento d’epoca”: uno dei paradigmi di Papa Francesco, che l’autore cita non poche volte, riprendendo elementi dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.

Matteo insiste molto su un particolare: l’idea che se da una parte vengono prodotte diagnosi molto precise sul cristianesimo occidentale, dall’altra parte ci si illude che fondamentalmente non è cambiato molto nel suo declinarsi contemporaneo. Fra l’altro, si dimentica per esempio il fenomeno più eclatante: l’assenza di un ricambio generazionale soprattutto a livello del mondo femminile, anche che è sempre stata una costante nel cristianesimo occidentale, dalle religiose alle laiche. E se si «passa un sacco di tempo a discutere del possibile accesso delle donne al diaconato, non si valuta la giusta portata e la possibile onda d’urto per il prossimo tempo futuro che oggettivamente possiede questo recente processo di allontanamento dalla chiesa”.

Per di più non sembra essere sufficiente a compensare le fughe nemmeno quello zoccolo duro della popolazione anziana all’interno del cristianesimo occidentale. Tutto questo permette di non prendere nemmeno in considerazione quello che diceva Papa Bergoglio, che evidenziava il fatto di non “rispondere a domande che nessuno si pone” (cf. EG 155).

Emergono qui prospettive contrastanti, che fra l’altro si elidono a vicenda. Ecco, pertanto, l’evidenziarsi di alcune categorie che definiscono il “cambiamento d’epoca”: la longevità davanti alla mortalità, la tecnologia davanti al sacrificio, la medicina davanti alla sofferenza, il cibo davanti alla fame.

Papa Francesco parlava di accelerazione dei fenomeni, oppure in spagnolo di rapidación, “rapidizzazione”. Il tutto in quella dinamica di una “giovinezza perenne” che sembra essere il paradigma più pregnante del tempo presente, che supera in un sol balzo e all’infinito la dinamica della “valle di lacrime”, tanto cara ad un modello trascorso di cristianesimo. Risultato: non c’è posto per la fede in tante persone.

Ma se il «compito della Chiesa è duplice», e cioè essa «deve portare Gesù a tutti ma nello stesso tempo deve anche portare tutti a Gesù», preso atto di un deficit enorme da parte degli agenti pastorali dell’occidente cristiano, si finisce per sperimentare un vero e proprio fenomeno di irrilevanza della Chiesa in occidente. C’è un passaggio che esprime molto bene questo elemento laddove si dice che «il tempo in cui si diventava adulti, diventando cristiani, e si diventava cristiani diventando adulti». Queste prassi della consolazione e dell’accompagnamento sembrano ormai superate.

Ma questo non impedisce comunque che il «cristianesimo debba proporsi sempre come ingrediente essenziale per vivere la propria umanità al meglio delle possibilità di ciascuno».

Matteo prova a mettere in fila (terzo capitolo) anche alcune risposte alle crisi che tuttavia ritiene insufficienti:
1) l’adattamento di tutto ciò che contraddistingue l’attuale struttura ecclesiale agli standard della cultura democratica occidentale, anche se non condivido in pieno tutti i punti che l’autore evidenzia.
2) una implementazione della pratica della sinodalità ad ogni livello di quello stesso sistema, fino a generare un processo di elefantiasi, al quale è stato sottoposto il suggerimento di Papa Francesco di risvegliare in tutti i credenti questa modalità di interesse circa le sorti possibili della Chiesa.
3) l’idea di un certo ritorno al sacro presente nel contesto occidentale, nel nome di una imprecisata ricerca spirituale, snellendo in un certo senso l’apparato ecclesiale. Tutto questo e ben presente nel quadro di coloro che ritornano alla fede senza dare la certezza che la prospettiva che hanno scelto di riprendere possa essere mantenuta nel tempo. D’altronde, ancora Evangelii Gaudium (89) metteva in guardia dall’ambiguità insita in certi ambiti di spiritualità.
4) il fenomeno dei cattolici anonimi, che si pongono a metà strada tra coloro che si dichiarano appartenenti alla chiesa e coloro che se ne dichiarano fuori senza se e senza ma.

5) la proposta che viene dagli ambienti chiamati comunemente tradizionalisti, quasi che il tornare al messale di Pio V, unito ad un certo mal di pancia nei confronti del Concilio Vaticano II e di quanto da esso è scaturito.

Dopo aver affrontato (quarto capitolo) la presa d’atto del flop dell’iniziazione cristiana così come è condotta adesso – qualcuno ha parlato anche di scuola dei sacramenti che genera piccoli e piccole atee, dopo aver condotto ai sacramenti dell’iniziazione cristiana –, Matteo invita i credenti ad attuare quei cambiamenti urgenti perché la Chiesa in Occidente ritorni a essere quello che deve essere: il luogo dell’incontro con Cristo come Salvatore. Questo ancora una volta riconduce al paradigma della Evangelii Gaudium.

E qui c’è il balzo che tenta di affrontare Armando Matteo. Superando quello che lui definisce la centralità delle conferenze episcopali e tutti i loro uffici – questione che fa il paio con un fenomeno recentemente evidenziato –: ossia, la guida da parte dei pastori di qualche diocesi come fossero parrocchie, unito all’onnipresenza mediatica de medesimi pastori, e inoltre. «quella sorta di assegno in bianco consegnato ai movimenti ecclesiali per quel che riguarda il tema dell’evangelizzazione». Tutto questo unito alla organizzazione di assemblee e la produzione di documenti di cui «non si accorge quasi nessuno, preti compresi. I pastori continuano ad amare i microfoni per dire cose che hanno scarsa rilevanza sulla coscienza collettiva, e, inoltre, i movimenti ecclesiali sembrano sempre più attratti da una tentazione settaria che dovrebbe pur far suonare qualche campanello d’allarme in chi vi ha visto e continua a vederci la salvezza della salvezza cristiana».

Secondo Armando Matteo (quinto e ultimo capitolo) occorre invece affidarsi alla struttura base della chiesa, la parrocchia e la sua infinita plasticità, il luogo in cui abitano le persone di tutte le età e gli stati, e, per esempio, inaugurare un tempo in cui il catechismo non è fatto ai bambini ma ai loro genitori.
Andrebbe sfatato anche il mito dei “credenti non praticanti” perché, «oltre a essere non praticanti, sono diventati «diversamente credenti». Tra le altre proposte, Matteo insiste sull’abolizione della festa di prima comunione, che non va ridotta alla celebrazione di un sacramento bensì diventare «l’incontro con il Signore Gesù è la possibilità di stabilire una comunione con lui». Questo va di passo anche con «l’abolizione anche delle aule di catechismo (o come si vogliono chiamare) che finiscono per richiamare le aule della scuola.

Interessante è quando, infine l’autore insiste sull’etimologia della parola “oratorio”, che risale al latino orare alla parola pregare. Era questa l’origine della struttura: quella di offrire a giovani un luogo dove poter pregare, ritrovarsi insieme e trascorrere il proprio tempo. Nell’oggi invece l’oratorio è sempre più diventato un luogo destinato a bambini e agli adolescenti, come una sorta di accompagnamento e sostegno ai genitori che non hanno altri modi di seguire i loro figli. Fra l’altro, Matteo sostiene anche che andrebbero ripensati gli stessi orari delle celebrazioni come pure la loro configurazione, in maniera coerente come quando è accaduto con il cambio della lingua, e la cura delle stesse celebrazioni.

E ancora, Matteo anche parla della omelia, riprendendo il pensiero ancora di Papa Francesco: «l’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo. Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. È triste che sia così. L’omelia può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita» (EG 135).

Infine, Matteo conclude il suo percorso, soffermandosi su un tema coinvolgente: il «saper dare fastidio», ossia, capovolgendo il paradigma iniziale, l’«essere finalmente rilevanti».
Così scrive: «nella misura in cui i credenti si mostreranno attivamente creativamente impegnati a favore di una vita dignitosa dei poveri e della costruzione di una società più fraterno e solidale, essi non potranno non dare fastidio. Di più: essi dovranno sempre di più imparare a dare fastidio, a esercitare, cioè una reale profezia di denuncia di un sistema economico che uccide, che produce povertà e scarto e che consuma senza sosta il pianeta e le sue risorse (…). La forza di un tale appello resterà sempre la proposta di amicizia con Gesù: è la gioia che nasce da quell’incontro che apre ciascuno e ciascuna a quella gioia del dare gioia, che costituisce il segreto di una vita umana veramente all’altezza della sua parte migliore. E mai, come proprio in questo tempo in cui sperimentano il destino dell’irrilevanza i credenti possono adoperarsi con coraggio e passione, perché quella proposta possa giungere effettivamente a tutti».

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Stefano Tarocchi

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