di Stefano Tarocchi · Un episodio importante nel Vangelo secondo Matteo, che si spiega con l’invio missionario ai Dodici: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10,5-6).
Veniamo al testo «Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. 25 Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. 27 ”È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.» (Mt 15,21-28; cf. Mc 7,24-30)
La missione di Gesù, al pari di quella dei suoi apostoli, deve attendere prima di diventare missione universale, come avverrà nell’incontro di Gesù con i suoi discepoli dopo la sua risurrezione, in Galilea: «andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
La donna “cananea” di cui parla questo testo – che nel brano parallelo del Vangelo di Marco è definita siro- fenicia – è gioco forza una straniera, che non appartiene al popolo della promessa, ma sceglie di avvicinarsi a Gesù. Si potrebbe dire addirittura che quell’impegno di avvicinarsi alle pecore perdute della casa di Israele, che Gesù ha collocato nell’invio dei suoi apostoli, viene di fatto superato come un recinto che deve rimaner chiuso e invece è spalancato.
Questa donna si avvicina a Gesù non con una semplice parola, ma con un grido che è allo stesso tempo invocazione, come vedremo più avanti, e il motivo della sua richiesta: “mia figlia è molto tormentata da un demonio” (Mt 15,22). Marco ha «posseduta da uno spirito impuro» (Mc 7,25).
Questo grido è come la voce di chi invoca, come leggiamo: «tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, e fa’ tutto quello per cui ti avrà invocato lo straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come il tuo popolo Israele e sappiano che il tuo nome è stato invocato su questo tempio che io ho costruito» (1 Re 8,43). Lo stesso libro dei Salmi aggiunge: «quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia! Nell’angoscia mi hai dato sollievo; pietà di me, ascolta la mia preghiera» (Sal 4,2; cf. 5,4; 6,9).
Chi ha veramente bisogno non si ferma davanti al rischio di diventare sgradito a colui che solo può ascoltarlo. Ma la donna fa molto di più.
Riesce infatti riesce a farsi riconoscere in quella alleanza, che sarà aperta totalmente a tutti i popoli quando Gesù si mostra ai discepoli sul Monte, e, nel racconto del libro degli Atti, nell’episodio della Pentecoste. Per rivolgersi a Gesù usa infatti un titolo messianico estremamente importante, escluso agli stranieri dentro il vangelo di Matteo: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!” (Mt 15,22).
Questa donna, superando l’iniziale chiusura di Gesù, che in qualche maniera muove perfino i discepoli: “egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”: Mt 15,23). Questa è la risposta di Gesù ai discepoli: “non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,23).
Quel silenzio del Cristo, apparente rifiuto senza rimedio, apre il racconto alla rivelazione finale della fede della donna cananea, come lo stesso Gesù rende manifesto poco oltre.
C’è prima però una nuova richiesta della donna, caratterizzata anche da un nuovo accostarsi a Gesù: “quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!” (Mt 15,25). Ma, dopo il silenzio, ci sono le dure parole di Gesù, forse più del precedente silenzio: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Mt 15,26). Nel parallelo di Marco si aggiunge: “lascia prima che si sazino i figli” (Mc 7,27).
Non è finita qui: la replica della donna è un vero e proprio capolavoro: “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15,27). Nel parallelo di Marco abbiamo: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli»: la donna cioè si riconosce in coloro che si pongono accanto ai figli. Alla donna bastano le briciole, ma oggi abbiamo forse figli si intestano ogni beneficio, come la cronaca dell’oggi ci mette davanti agli occhi quotidianamente. Chi vuol capire capisca, leggendo le dichiarazioni degli esponenti di quanti si ritengono eredi dell’antico popolo dell’alleanza.
Il Vangelo è su un’altra strada.
Basta leggere come Gesù riconosce il cammino della donna cananea verso di lui. «Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita» (Mt 15,28). Il parallelo di Marco legge semplicemente «per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia» (Mc 7,29). Ma la fede è implicitamente ammessa nella lunga infaticabile richiesta di questa donna.
La guarigione della figlia della donna sancisce la vittoria sul male che divide la creatura umana da sé stessa e la separa dal suo Creatore.

