di Stefano Liccioli · In un incontro con i giovani che si è svolto il 6 agosto scorso ad Assisi, davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli, Papa Leone XIV ha risposto a tre domande che toccano il cuore dell’esperienza di fede oggi: come essere testimoni credibili, come dire un sì definitivo alla vocazione, come restare legati alla Chiesa nonostante le sue contraddizioni.
Alla prima domanda, posta da Karolina, croata cresciuta nelle parrocchie francescane, il Papa ricorda che la vicinanza tra cattolici, ortodossi e musulmani ispirata dai francescani nei Balcani resta un modello prezioso in una regione segnata dalla guerra. Essere oggi operatori di pace, dice, significa andare controcorrente rispetto a chi strumentalizza la religione per dividere. La radicalità evangelica di Francesco, spiega, è l’esatto opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma umili e accoglienti. Il Papa invita poi a immaginare la Porziuncola otto secoli fa, con centinaia di giovani frati radunati in silenzio a “ragionare di Dio”: un’immagine di pace che parla soprattutto a un tempo, come il nostro, in cui la tecnologia disabitua allo stare insieme in carne e ossa.
A Giovanni, che chiede come dire un “sì” pieno senza farsi frenare dalla paura delle rinunce, il Papa offre una riflessione sul senso del provvisorio. Se un tempo la Chiesa insegnava a non attaccarsi troppo alle cose terrene, oggi il rischio opposto è credere che nulla debba mai essere deciso una volta per tutte. Questo, osserva, genera più paura che libertà. Per questo il coraggio di una scelta definitiva è “l’atto più rivoluzionario” possibile: non una gabbia, ma l’apertura a un dinamismo più grande, un esodo che Dio percorre insieme a noi. Il Papa condivide anche un accenno personale, ricordando come il Signore non lo abbia mai lasciato solo lungo il proprio cammino vocazionale, fino al “sì” al pontificato.
A Luigi, portavoce della Gioventù Francescana di Sicilia, che interroga sul rapporto tra fede e istituzione ecclesiale, il Papa risponde partendo dal desiderio di Gesù per la Chiesa: un popolo capace di superare le divisioni, in cui persone diverse diventano fratelli e sorelle. Riconosce che molti, nella storia e oggi, hanno sofferto per non aver incontrato la Chiesa come dovrebbe essere, e che questo può diventare persino un ostacolo alla fede. Ma richiama l’esempio di Francesco, che davanti alle contraddizioni della Chiesa del suo tempo non scelse la via della rottura, bensì quella del servizio: “ripara la mia Chiesa”. Ognuno, conclude il Papa, ha un compito in questo cantiere sempre aperto.
Le tre risposte, pur nate da domande diverse, disegnano un’unica traiettoria: la fede autentica non è mai un rifugio individuale, ma un legame che si costruisce nel tempo e si mette a servizio degli altri. Colpisce soprattutto l’elogio della scelta definitiva in un’epoca che esalta la reversibilità di ogni decisione: il Papa non nega la fatica di impegnarsi per sempre, ma ne ribalta il significato, presentandola come liberazione dalla dispersione. Su questo tema trovo una profonda continuità con il magistero di Papa Francesco che ha più volte denunciato la “cultura del provvisorio” come uno dei mali del nostro tempo. Si tratta di un atteggiamento diffuso, soprattutto tra le nuove generazioni, che porta a vivere ogni scelta — affettiva, professionale, spirituale — come reversibile, mai definitiva. Il matrimonio, la vocazione, persino l’amicizia rischiano di trasformarsi in esperienze “usa e getta”, vissute finché soddisfano, abbandonate appena costano fatica.
Questa mentalità nasce da una paura profonda: quella di impegnarsi per sempre, di legarsi in modo irrevocabile a qualcosa o qualcuno. Bergoglio invitava invece a riscoprire il valore della fedeltà, intesa non come rigidità ma come capacità di costruire nel tempo, di attraversare le difficoltà senza fuggire. Solo chi accetta di “giocarsi” pienamente in una scelta può sperimentare la gioia autentica di una vita compiuta, radicata, feconda. La cultura del provvisorio, in fondo, è anche una cultura della superficialità: tutto scorre, nulla mette radici. Riscoprire il “per sempre” significa riscoprire il coraggio di amare davvero.
Significativo anche l’invito di Papa Leone a “riparare” piuttosto che giudicare la Chiesa. Si tratta di un’esortazione che offre ai giovani una via di appartenenza critica ma non risentita, in linea con lo stile di San Francesco: semplicità, prossimità, gioia condivisa come forma stessa dell’annuncio.

