Fare teologia insieme! L’invito di papa Leone XIV

194 259 Alessandro Clemenzia
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di Alessandro Clemenzia · «Restate in mare aperto. Il cattolico non deve aver paura del mare aperto, non deve cercare il riparo di porti sicuri». Con queste parole di papa Francesco, Leone XIV ha rivolto il suo saluto alla comunità accademica della Facoltà teologica pugliese e dell’Istituto teologico di Calabria.

Restare in mare aperto non significa lasciarsi passivamente portare dalle onde, ma è un incoraggiamento a navigare, senza mai perdere il coraggio, di fronte alle avversità della vita, di raggiungere la meta prefissata, senza accontentarsi di meno rispetto a ciò che si desidera. Sono parole di grande importanza anche per i teologi, i quali sono chiamati, per non ridurre la loro missione ad alte dispute accademiche, ad approfondire il mistero della fede, non impaurendosi delle forti correnti che possono subentrare attraverso le diverse circostanze provenienti dall’interno o dall’esterno della Chiesa. Si tratta di “osare” e di spingere l’intelligenza della fede dal centro fino alla frontiera, esponendosi, senza cercare il riparo nel già sondato e conosciuto.

Non basta, tuttavia, riuscire a navigare in mare aperto; il teologo è chiamato anche ad un’altra sfida, spiega il Papa, e cioè a vivere questo viaggio non come navigatori solitari, ma “insieme”, e cioè comunitariamente, condizione necessaria per facilitare l’incontro e il confronto con qualsiasi “altro” si incontri lungo il tragitto. Una comunione a-priori, in altre parole, da cui possano poi sgorgare sempre nuove relazioni. Per questo Papa Leone esorta a «fare teologia insieme». In questo modo, egli spiega, «gli orizzonti intellettuali, spirituali e pastorali si allargano e si mescolano, generando prospettive comuni e un impegno ecclesiale più incarnato nel territorio, offrendovi la possibilità di rinnovare gli stili e i linguaggi della fede nel contesto reale in cui vi trovate». La communio di cui qui si parla, descritta attraverso il lemma “insieme”, è massimamente feconda, generativa, e porta con sé un’intelligenza capace di non cadere nell’astrattismo, in quanto risulta pienamente incarnata nel contesto che abita. Questa concretezza dell’intelligentia fidei nasce dall’esperienza che il singolo teologo vive con altri teologi, presentando così, non a parole ma con la vita, la forma ecclesiale della fede e l’importanza di uno stile realmente sinodale, «in cui i diversi soggetti, ministeri e carismi ecclesiali si completano a vicenda superando ogni chiusura».

In questo modo la sinodalità non rischia di diventare uno slogan, ma rappresenta quello stile, secondo la visione di papa Leone, che ha come obiettivo la comunione unicamente se ha la comunione anche come presupposto. Per questo egli afferma ancora che il fare teologia insieme rende «più capaci di accogliere le domande e le sfide del contesto sociale e culturale». Abitare il luogo della communio acuisce l’attenzione al vero bisogno dell’altro, rendendo capaci i singoli di incarnare il desiderio di bene che abita il cuore di ogni uomo e donna.

Una delle sfide più grandi, all’interno delle Facoltà teologiche, non è tanto quella di trovare docenti capaci di navigare in mare aperto, senza rinchiudere il proprio pensiero, per paura, all’interno di porti sicuri, quanto piuttosto quella di vivere relazioni accademiche comunionali, capaci di generare anche un nuovo pensiero. Si tratta, in altre parole, non soltanto di creare forme di collaborazione tra docenti in grado di entrare in dialogo tra di loro, ma soprattutto di inverare rapporti che mostrino essi stessi agli studenti la bellezza della teologia, come un “noi docente” che insegna al “noi discente” il significato della teologia attraverso la noità che lo contraddistingue.

Il fare teologia insieme porta a un insegnamento non nozionale, ma esperienziale, capace di parlare alla vita concreta di chi ascolta, senza perdersi in astrattismi concettuali, proprio perché scaturisce da un’esperienza di relazione: una concretezza che è frutto non di una visione pastorale della Chiesa, ma di uno sguardo comunitario e teologico sulla realtà; il frutto, recuperando un concetto-chiave di Papa Francesco, di quella “mistica del noi” che appartiene alla natura della comunità ecclesiale.

A partire da un insegnamento del “noi docente” fondato sull’esperienza, anche gli studenti potranno respirare il fascino della comunione e assumere la bellezza della dimensione ecclesiale della propria personale scelta di vita, e ciascuno potrà così sentirsi parte di una comunità più grande, non astratta ma reale.

Fare teologia insieme è davvero la grande sfida per ogni Facoltà teologica.

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