Gesù e Giovanni Battista nel Quarto Vangelo.

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di Stefano Tarocchi · Il quarto Vangelo è l’unico ad aprire le sue pagine con quello che è definito un “prologo”. Non si tratta di anteprima letteraria come l’esordio del Vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4) ma di una vera e propria premessa teologica che apre ai lettori di ogni tempo una via privilegiata per conoscerne l’importanza. Stiamo parlando dell’importanza non tanto di questo Vangelo in sé stesso quanto dello stesso Gesù, il Verbo, ossia la Parola con cui Dio si è rivelato agli uomini mentre si è incarnato nella nostra umanità.

L’evangelista Giovanni, che è alla base di questo incomparabile scritto, ha dovuto affrontare anche questioni di enorme importanza per la generazione cristiana di cui si è fatto voce e interprete, come misurarsi davanti alla differenza fra il figlio di Dio, che è prima di tutte le cose come Parola creatrice (Gv 1,3), e il Battista, che Dio ha mandato come testimone del Verbo. La trama del prologo di Giovanni sembra quasi interrompersi in due passaggi con questa preoccupazione:

«Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,6-9).

«Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”» (Gv 1,15).

E l’evangelista, poco più innanzi, chiarisce: «questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”.  Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”» (cf. Is 40,3).

Il tema della testimonianza è ripreso in un altro passaggio dello stesso Vangelo, collocato dopo la guarigione del paralitico alla piscina di Betzatà (Gv 5,1-18): «se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera.  C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.  Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo, ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce» (Gv 5,31-35).

Tuttavia, la testimonianza di Giovanni non è stata tuttavia sufficiente a far accogliere la presenza del Cristo nella storia umana, come il quarto Vangelo specifica ancora: «era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Gv 1,10).

Proprio il tema della luce, come simbolo della rivelazione di Dio, operata dallo stesso Verbo fatto uomo, ritorna più volte nel quarto Vangelo. Registriamo almeno tre passaggi: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19); «“Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”» (Gv 8,12); «finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”» (Gv 9,5).

Se la luce, ossia il Cristo, è colui che svela agli uomini il volto di Dio che «nessuno ha mai visto», come si afferma ancora nel prologo («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18), allora è fondamentale che i destinatari dello scritto di Giovanni possano realmente distinguere fra il testimone, il Battista, e colui che è stato testimoniato, il Cristo. Non ci può essere confusione fra il primo e il secondo. Il Battista può soltanto affermare che Gesù è «l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).

Del resto, lo stesso Gesù afferma di avere «una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato (Gv 5, 36). 

E, potremmo concludere che soltanto in lui, Gesù, risiede esattamente la differenza fra coloro che l’hanno accolto e coloro che non sono stati capaci di farlo, pur essendo i “suoi”: «Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure, il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1,10-13).

D’altra parte, «la luce splende nelle tenebrema le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5).

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Stefano Tarocchi

Tutte le storie di: Stefano Tarocchi