Il cuore parla al cuore: insegnare per essere coreografi della speranza.

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di Stefano Liccioli · Sabato 25 aprile 2026, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Leone XIV ha incontrato i partecipanti al 3° Meeting Nazionale degli Insegnanti di Religione Cattolica, promosso dalla CEI, offrendo una riflessione che mette al centro la scuola come luogo decisivo per la formazione umana e spirituale delle nuove generazioni. Il Papa ha voluto innanzitutto riconoscere il valore del lavoro degli insegnanti:«Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani». Richiamando Sant’Agostino, il Pontefice ha ricordato la tensione profonda dell’animo umano verso il trascendente:«L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti… il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te». In questo orizzonte la scuola non è solo trasmissione di nozioni, ma “trampolino di lancio” per il dialogo interiore, per la scoperta di senso e per la capacità di porre domande grandi e autentiche.

Il tema scelto dal Meeting, “Il cuore parla al cuore” (Cor ad cor loquitur), ispirato a Newman, diventa per il Papa una bussola pedagogica: la verità è meta e la relazione personale è la via per raggiungerla. Educare significa aiutare i giovani a riconoscere quella voce interiore, a non lasciarla soffocare dai rumori del mondo, e a coltivare la libertà interiore necessaria per un pensiero critico maturo. Come osserva il Pontefice, i ragazzi non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di adulti «che li affianchino con autorevolezza e responsabilità», capaci di testimoniare coerenza e vicinanza, «mentre affrontano le grandi domande della vita». In maniera quasi poetica Papa Leone XIV sottolinea l’importanza del rapporto personale con gli alunni nella dinamica d’insegnamento: «Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede».

Pur richiamando la valenza culturale dell’insegnamento della religione cattolica (non una materia marginale, ma uno strumento per comprendere dinamiche storiche, espressioni artistiche e radici civili che hanno plasmato l’Italia e l’Europa), Prevost ha messo in risalto come fare scuola (e questo vale per tutte le discipline, aggiungo io) sia soprattutto «formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto – Newman insegna – richiede amore».

A livello nazionale gli alunni che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica sono, considerando le scuole di ogni ordine e grado, circa l’80% del totale della popolazione scolastica. Il dato, però, è diversificato a seconda del grado d’istruzione e soprattutto dell’area geografica. Nell’anno scolastico 2023/2024 gli studenti che hanno scelto di non frequentare l’ora di religione a Firenze erano il 51,51%, il numero più alto in Italia. Seguivano i comuni di Bologna (47,29%), Aosta (43,58%) e Biella (40,62%). Se queste cifre vengono celebrate da alcune associazioni con la superficialità che spesso le contraddistingue come un progresso verso una maggiore laicità dello Stato, vale la pena ricordare che, come ha detto il Papa, la vera laicità non esclude il fatto religioso ma lo considera una risorsa educativa: conoscere e amare ciò che si è per incontrare l’altro con rispetto e apertura.

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Stefano Liccioli

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