L’identità nazionale, un ideale che rese capace una intera generazione di trasformare l’utopia in realtà

500 500 Francesco Romano
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di Francesco Romano • Per l’Italia l’unità nazionale era un evento straordinario che sconvolgeva equilibri secolari. Risorgimento era un termine improprio se applicato all’unità politica che non poteva risorgere perché non era mai né nata né morta. Quella che risorgeva era l’Italia vagheggiata dalla cultura fin dai tempi di Dante, delineata a fine Settecento negli entusiasmi della rivoluzione, indicata da Mazzini e Gioberti come portatrice di una missione universale. L’identità nazionale era un ideale che entusiasmò una intera generazione e la rese capace di trasformare l’utopia in realtà. Senza la forza di quell’ideale, uomini di tutte le classi non avrebbero sfidato la morte, il carcere, l’esilio.

Un limite non trascurabile del processo risorgimentale è che l’unità è stata voluta e realizzata da una borghesia che era la minoranza della popolazione. L’iniziativa fu presa dalla parte più attiva, quella che leggeva, viaggiava, si teneva al corrente del movimento culturale europeo, seguiva la vita politica di Francia e Inghilterra, si informava dei progressi dell’agricoltura e dell’industria. Era la borghesia che negli anni Quaranta aveva sognato l’Europa collegando l’unità politica, allora nell’ipotesi federale, col progresso economico.

La compenetrazione tra libertà politica, liberalismo in economia e benessere sociale, era apparsa realizzata nel Piemonte cavouriano: muovendosi su questa falsariga la classe dirigente unitaria si impegnò a sintetizzare la stessa combinazione nello stato nazionale.

A una chiave di lettura che si sofferma sulle carenze dell’unificazione, ci pare che si possa contrapporre una chiave di lettura che riconosca alla chiave politica venuta al potere nel regno d’Italia la capacità di aggregare intorno a sé, al proprio programma e ai propri ideali, il meglio delle classi dirigenti e delle élites degli stati scomparsi.

Subito dopo il ’60 il rapido consolidamento di un sistema di consensi che dà stabilità al regime unitario passa attraverso la centralità del parlamento. Il regno d’Italia ha come valore principale la libertà. Nel parlamento sono rappresentate le varie classi e i molteplici interessi: essi man mano che acquisteranno importanza, avranno modo di esprimersi attraverso l’allargamento del voto che giungerà nel 1912 al suffragio universale maschile.

Al dibattito in parlamento si accompagna la discussione delle idee e la formazione delle opinioni mediante la libertà di stampa concessa anche agli oppositori, ai nostalgici delle monarchie scomparse, ai cattolici, ai repubblicani. I repubblicani costituiranno già a fine Ottocento un gruppo autonomo alla camera dei deputati; anche cattolici e socialisti riterranno opportuno entrare a pieno titolo nel gioco parlamentare.

Come avevano sognato gli artefici del Risorgimento, l’Italia completa l’unità nel 1866 con Venezia, nel 1870 con Roma, è accolta tra le grandi potenze, diventa uno dei protagonisti dell’equilibrio europeo, nell’età dell’imperialismo intraprende l’espansione coloniale; raccogliendo le risorse di tutte le regioni entra nell’Europa della rivoluzione industriale sviluppa una economia moderna, fino a essere oggi uno degli stati più industrializzati del mondo. Si può seriamente sostenere che la “operazione unità” sia stata uno sbaglio?

A ben guardare, la debolezza iniziale dello stato nazionale deriva in gran parte dalle deficienze degli stati regionali. Con l’accostamento delle regioni, prima separate, risaltano le disparità dell’Italia dalle molte società; vengono in evidenza situazioni di arretratezza agricola e industriale valutate precedentemente in maniera inadeguata per la mancanza di un confronto diretto con le zone più avanzate.

Nel regno d’Italia i contrasti politici derivanti dal processo unitario, come quelli originati dal lealismo dinastico e dai patriottismi municipali, o quello più profondo tra Stato e Chiesa che lacera le coscienze dei cattolici, non si radicalizzano. Nel 1871 il parlamento approva la legge delle guarentige con cui si riconosce al pontefice la dignità di sovrano assicurandogli l’indipendenza nell’esercizio dell’autorità spirituale. Col tempo anche i cattolici “intransigenti” entreranno nella vita amministrativa e politica dello stato liberale e condurranno nell’interno delle istituzioni la battaglia per i loro ideali. La Chiesa nel 1929 firmerà con lo Stato italiano i patti lateranensi, rinegoziati nel 1984.

D’altra parte, a chi mette l’accento sulle difficoltà che travagliano il giovane Stato, ricordiamo che altri stati europei vivono negli stessi anni vicende non meno gravi. La Francia dopo la sconfitta del ’70 deve affrontare la rivolta parigina della commune; solo nel 1875 la terza repubblica si dà una costituzione. Negli anni Settanta la possibilità di una restaurazione dei Borboni divide il paese. A fine secolo scoppia l’affaire Dreyfus.

Per la Spagna ricordiamo che nel 1868 è detronizzata la regina Isabella di Borbone, Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele, chiamato sul trono, rinunzia dopo un breve esperimento; nel 1873 è proclamata la repubblica e appena un anno dopo sono richiamati i Borboni; nel 1876 è formulata la nuova costituzione che rafforza le prerogative della Chiesa Il paese è travagliato da tensioni sociali, da attentati, da ammutinamenti militari, dall’autonomismo catalano. A fine secolo, scontratasi con gli Stati Uniti, la Spagna perderà gran parte dell’impero coloniale.

Nella Germania, nonostante la ferma guida di Bismarck, sono spesso tesi i rapporti tra il governo e gli stati regionali; per rafforzare la coesione interna e la stabilità il cancelliere nel 1874 col Kulturkampf cerca di mettere sotto controllo i cattolici e nel 1878 dichiara fuori legge il partito socialdemocratico, presto, invece, affermatosi come una forza politica di primo piano.

Se l’Italia non sa affrontare adeguatamente la questione meridionale, l’Inghilterra, protagonista sulla scena mondiale, non riesce a sciogliere il nodo della questione irlandese.

Gli Asburgo nel 1867 associano gli ungheresi agli austriaci nella guida dello stato, ma l’impero austroungarico non trova accomodamenti soddisfacenti con tutte le minoranze nazionali che vi convivono, polacchi, cechi, italiani di Trento e Trieste, slavi, e non ha il peso internazionale che comporterebbero la sua estensione e la sua popolazione: con la sconfitta nella prima guerra mondiale si sfascerà.

L’Italia, nonostante le traversie, si consolida intorno alla monarchia. Con le risorse limitate che ha il paese, lo Stato non può fare tutto, e fa le scelte rese urgenti dalla politica, senza arretrare davanti ai sacrifici che impone anche ai ceti meno abbienti. Il pareggio del bilancio raggiunto dalla Destra nel 1876 con tassazioni feroci ed economie “fino all’osso”, è un traguardo importante per il prestigio internazionale del regno.

Nonostante lo strascico di risentimenti e rimpianti per un passato di cui si ricorda l’immobilismo come un aspetto positivo, la popolazione ha collaborato all’azione collaborativa sottoponendosi al peso addossato direttamente o indirettamente a tutte le classi sociali. Come è avvenuto in tempi a noi recenti per assicurare all’Italia l’ingresso nel ristretto gruppo di Stati che parteciperà fin dall’inizio all’adozione di una moneta unica europea, però con una diffusa consapevolezza delle ragioni che hanno indotto il governo a una politica finanziaria restrittiva, intesa a centrare i parametri fissati a Maastrict.

In tempi brevi, pochi anni dopo il trasferimento della capitale a Roma, la classe politica si allarga. Si allarga il ventaglio degli interessi che trovano rappresentatività nel parlamento. Nel 1876 va al potere un nuovo gruppo politico, portatore di interessi complessi. La Sinistra dopo l’unità si è posto il problema di assumere un ruolo e acquistare forza. Si è spostata verso il Centro, ha lasciato all’Estrema le rivendicazioni più avanzate della democrazia, ha allargato nella borghesia la sua base sociale e di consensi. Diventata “ministeriale”, la Sinistra rappresenta una alternativa progressista per la classe dirigente moderata.

Intanto tramonta la generazione che ha combattuto le battaglie per l’unità e scompaiono i suoi esponenti più significativi. Nel 1872 si spenge a Pisa Mazzini, deluso dal trionfo della monarchia, esule in patria; nel 1878 muoiono a breve distanza Vittorio Emanuele – sinceramente rimpianto, subito mitizzato come re galantuomo e padre della patria -e Pio IX; nel 1882 scompare Garibaldi, l’eroe popolare. Non hanno più ragione di esistere una Destra e una Sinistra come si sono definite negli anni a cavallo del 1860. Sono state risolte le questioni che hanno caratterizzato all’inizio la vita del giovane Stato, dal completamento dell’unità territoriale all’assestamento delle istituzioni.

Col trasformismo, un vocabolo che acquisterà presto un significato deteriore, e con l’allargamento dell’elettorato si attua nel 1882 la trasformazione dei partiti pilotata da Agostino Depretis e Marco Minghetti, autorevoli protagonisti della politica italiana fin dal ’48. Si attua il necessario adeguamento della rappresentanza politica ai nuovi interessi.

Si volta pagina. Finiscono “ufficialmente” i partiti storici, espressione del dibattito ideale e delle tematiche risorgimentali. Resta salda l’Italia come stato nazionale, capace di mediare gli interessi della società e di assicurare il suo sviluppo.

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Francesco Romano

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