di Carlo Parenti · Esiste una guerra dimenticata lontano dai riflettori, come tante cose dell’Africa, che continua da trent’anni e che si era recentemente solo un po’ raffreddata dopo un fragile accordo raggiunto alla Casa Bianca, ma di fatto mai messo in pratica. Così è riesplosa, come e peggio di prima, con un bilancio che negli anni conta milioni di morti e sfollati e l’allarme costante di epidemie.
Parlo del Congo (repubblica democratica). Si stima che dal 1998 a oggi i morti complessivi siano circa 5 milioni, con stime anche di 5,4 milioni. Senza contare poi epidemie terribili.
Purtroppo, ci si dimentica anche di tanto altro, ma solo il Vaticano ne parla sempre sui suoi media:
–Continua la Strage di bambini a Gaza: a poco più di un anno dall’annuncio della tregua il numero totale dei minori uccisi è di oltre 340.
Per Unicef: l’infanzia è spezzata, con 800 mila sfollati e 60 mila senza un genitore. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia denuncia il costo umano della guerra: centinaia di migliaia di minori senza casa e senza sicurezza: “Quasi ogni bambino ha bisogno di qualche forma di sostegno psicologico per riprendersi”.
Ancora più straziante è il bilancio delle perdite familiari. Si stima che 60.000 bambini a Gaza abbiano visto uno o entrambi i genitori uccisi durante la guerra o dopo la tregua. La guerra ha distrutto non soltanto edifici e quartieri, ma anche legami essenziali, lasciando migliaia di piccoli a fare i conti con il lutto, la solitudine e l’incertezza. “Quasi ogni bambino – riferisce l’Unicef – ha bisogno di sostegno psicologico” per affrontare i traumi subiti e tentare di ritrovare un equilibrio emotivo. La paura dei bombardamenti, la perdita dei familiari, gli sfollamenti ripetuti e la privazione di ogni normalità hanno lasciato segni profondi. Sono ferite invisibili che possono compromettere il sonno, l’apprendimento e le relazioni, accompagnando i più piccoli per anni. Senza interventi adeguati, l’emergenza attuale rischia di trasformarsi in una crisi psicologica e sociale destinata a durare ben oltre la fine delle ostilità.
* Bambini e sfollati nel mondo e altri senza cibo a sufficienza. La crisi degli sfollati e l’insicurezza alimentare nel mondo evidenziano un’emergenza umanitaria grave e complessa:
• Numeri globali: Secondo i rapporti diffusi da organizzazioni come Azione Contro la Fame e analizzati nei dati globali (ottobre 2026), circa 266 milioni di persone affrontano crisi alimentari acute in 47 Paesi, con 177 milioni concentrati in appena 10 Stati. I conflitti armati restano la causa principale dello sfollamento e della mancanza di cibo.
Per le Aree geografiche più colpite e i dettagli della situazione VEDI QUI
* RD del Congo, guerra ed Ebola aggravano la crisi: oltre 48 mila nuovi sfollati
In Congo ad aggravare il quadro della guerra è l’epidemia di Ebola, che secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità ha raggiunto 3.605 casi confermati e 1.587 decessi, con un tasso di letalità del 44%. Tra le conseguenze più preoccupanti vi è l’aumento della mortalità materna. Molte donne incinte evitano infatti ospedali e visite prenatali per timore di essere isolate in caso di sospetto contagio. Secondo l’Unfpa, nelle settimane successive allo scoppio dell’epidemia il numero dei decessi legati al parto nell’Ituri è quasi raddoppiato, passando da una media di 3,1 a 5,8 morti a settimana
Continua così a peggiorare la situazione umanitaria: secondo le Nazioni Unite, dalla metà di luglio oltre 48.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case a causa dei combattimenti nei territori di Uvira, Fizi e Mwenga, nel Sud Kivu. Gli scontri hanno provocato vittime civili e danni alle infrastrutture.
L’epidemia, iniziata in maggio nella provincia dell’Ituri, si è estesa ad altre quattro province e continua a registrare un ritmo di diffusione definito dall’Oms «eccezionale», tanto da richiedere un rafforzamento urgente della risposta sanitaria.
iIl sistema sanitario è messo a dura prova dal trasferimento di personale e risorse verso la risposta all’Ebola, dagli scioperi del personale e dagli attacchi contro ospedali e operatori sanitari.
Sono però gli interessi su Oro e terre rare a rendere la storia della Repubblica Democratica del Congo macchiata da un nuovo, drammatico capitolo di violenza, confermando come la transizione energetica globale e l’incessante fabbisogno tecnologico dell’Occidente continuano a essere alimentati — e pagati — con il sangue degli innocenti.
Una strage sistematica
Un dettagliato rapporto pubblicato da Amnesty squarcia il velo di silenzio su una strage sistematica che si sta consumando nell’est del Paese africano, dove la guerra per il controllo del territorio si intreccia con quella, altrettanto spietata, per il controllo delle immense ricchezze del sottosuolo. Al centro dell’atto d’accusa vi è il Movimento 23 marzo (M23), il gruppo armato ribelle sostenuto dal Rwanda, ritenuto responsabile di gravi violazioni dei diritti umani contro i minatori artigianali e di un sistematico controllo delle attività estrattive, con modalità che vengono considerate riconducibili al crimine di guerra di saccheggio. Il cuore del dossier poggia su testimonianze dirette e verifiche condotte sui siti minerari tra l’inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, concentrandosi in particolare sulla miniera di coltan di Rubaya, nel Nord Kivu, e sulla miniera d’oro di Lomera, nel Sud Kivu. Un’ampia strategia di controllo.
Dalla dimensione locale all’economia globale
Oro e coltan — quest’ultimo contenente il tantalio, materia prima essenziale per l’industria globale della microelettronica, degli smartphone e di numerose tecnologie avanzate — possono quindi entrare in circuiti commerciali molto più ampi e difficili da ricostruire. È proprio qui che la dimensione locale della tragedia incontra l’economia globale che sfrutta il Congo ( per le potenze interessate VEDI QUI ): il minerale estratto in condizioni di coercizione può finire, attraverso una lunga catena di intermediari e operatori, all’interno di mercati internazionali nei quali il consumatore finale spesso non ha alcuna possibilità di conoscere l’origine effettiva della materia prima. Di fronte a questa emergenza, le organizzazioni umanitarie hanno chiesto un intervento immediato. L’appello più urgente è però rivolto alle grandi multinazionali della tecnologia: rafforzare immediatamente i controlli sulla provenienza di oro e coltan originari della regione dei Grandi Laghi e, in particolare, sui materiali estratti nelle aree di conflitto o transitati attraverso il Rwanda, fino a quando non sarà possibile garantirne con evidenze verificabili e tracciabili la provenienza lecita e l’assenza di legami con i circuiti del saccheggio e del finanziamento dei gruppi armati. L’estrazione responsabile non deve però tradursi nell’abbandono dei minatori congolesi, che rischierebbero di perdere anche l’unica fonte di sostentamento disponibile. Deve invece significare controlli indipendenti, trasparenza rigorosa e tracciabilità, affinché la digitalizzazione del mondo non continui a essere alimentata dalla sofferenza e dalla violazione dei diritti dei lavoratori più vulnerabili.

